editorials

Domus 1000

EDITORIALE DOMUS 1000

Era il marzo del 2005 quando Giovanna Mazzocchi mi chiese di assumere la direzione di Domus. Per 36 mesi e 31 numeri ho avuto la fortuna e l’onore di poter entrare nel cuore della rivista che avevo sempre letto e usato come manuale di buona architettura.L’invito a collaborare alla realizzazione dello speciale Domus 1000 diventa così l’occasione per ringraziare ancora una volta l’editore e la redazione per quei tre indimenticabili e straordinari anni di lavoro e di fatica, durante i quali ho imparato molto, mettendo a dura prova le mie certezze e le mie convinzioni. Mi piace ricordare quel periodo con l’immagine collettiva del grande tavolo di lavoro, attorno al quale tutti i collaboratori si riunivano, ogni settimana, per costruire il nuovo numero della rivista. La mia direzione si concluse infine con un editoriale in qualche modo poco profetico, che risentiva degli eventi economici del 2008, prefigurando un’architettura dai toni bassi, non più urlata, un’architettura che si sarebbe misurata con paradigmi nuovi: indeterminazione, necessità, incertezza, precarietà. L’ho definita architettura della fragilità.Quest’idea si era formata attraverso molte riflessioni. Una di esse proveniva da un disegno tratto da un volume dedicato a un giovane architetto cileno di nome Alejandro Aravena. Il disegno era la stilizzazione di una sedia normale posta come divisore, e di un pezzo di stoffa circolare posto come dividendo. Il pezzo di stoffa rappresentava la sedia ideale di un indiano della tribù nomade degli Ayoreo, il limite utile del concetto di sedia, e dimostrava l’esistenza di una riducibilità inaspettata nel cuore di ogni progetto, una riducibilità che corrisponde a una pura necessità. Lo statement del disegno riportava: “Il pezzo di stoffa sta alla sedia come X sta all’architettura”.
Quello di Aravena era un punto di vista molto commovente, la sua sensibilità toccava le corde profonde della mia idea di fragilità, la sua concretezza era qualcosa di molto affine alla linea editoriale della mia Domus. Per questo, dovendo misurare la portata e l’efficacia di quel concetto nel tempo, ho subito pensato di fare un passo indietro come special editor del numero 1000 di Domus, dimenticando quanto fatto e lasciando spazio ad Alejandro Aravena, direttore in carica della Biennale di Architettura di Venezia, come guest editor della sezione che avrei dovuto curare. Pochi giorni dopo questa decisione, e prima di averlo contattato per il mio invito, Aravena viene insignito del “Pritzker Prize”, diventando il più giovane e il più anti-accademico dei suoi vincitori. Al momento dell’ufficializzazione, francamente ho pensato: “Che peccato, è il nuovo Priztker, e non avrà tempo né attenzione per me!”.
Invece Alejandro, con la grande disponibilità e la liberalità che lo contraddistinguono, ha accettato volentieri il mio invito, regalandoci alcuni pensieri sui suoi lavori, sulla sua filosofia, sul mondo contemporaneo e sulla sua fragilità.

It was March 2005 when Giovanna Mazzocchi asked me to take over the helm of Domus. For 36 months and 31 issues I had the good fortune and honour of being in the position to enter the heart of the magazine that I had always read and used as a manual of good architecture.The invitation to work on the special issue Domus 1000 became an occasion to thank the publisher and the editorial staff once again for those three unforgettable and extraordinary years of hard work during which I learned much and severely put my certainties and convictions to the test. I like to remember that period by the collective image of the large work table around which the whole team reunited every week to construct the magazine's new issue. I concluded my chief editorship in the end with an editorial that was somehow not very prophetic, influenced as it was by the economic events of 2008. It anticipated architecture that was understated, no longer in-your-face, architecture that would take into account new parameters: indeterminacy, necessity, uncertainty and precariousness. I called it the architecture of fragility.I had formed the idea after much reflection. One stimulus came from a line drawing in a book on a young Chilean architect called Alejandro Aravena. The drawing was of a stylised normal chair placed as a divisor, and a ring-shaped strip of fabric as the divided. The fabric strap represented the ideal chair for Indians of the nomadic Ayoreo tribe. As the minimum limit of the chair concept, it demonstrated the unexpected reducibility contained in every project. The reducibility corresponds to a pure necessity. The statement under the drawing read, "The ratio of the cloth strap is to the chair is as X is to architecture". Aravena's viewpoint was very moving; his sensibility touched the deepest chords of my idea of fragility; his concreteness was very close to the editorial line of the Domus I was making. In order to measure the breadth and concreteness of that concept over time, I immediately thought to take a step back as a special editor of the thousandth issue of Domus, forget what I had done and leave space to Alejandro Aravena, the appointed director of the 2016 Venice Biennale of Architecture. I wanted him to be the guest editor of the section that I had been invited to curate. A few days after this decision and before having contacted him about it, Aravena received the Pritzker Prize, becoming the youngest and most anti-academic of the award's winners.As this was officialised, I thought, "What a shame, he's the new Pritzker recipient and won't have time or consideration for me!" Instead, Alejandro open-handedly accepted my proposal with the openness and liberality that characterise him, gifting us with several thoughts on his work, philosophy, the contemporary world and its fragility.


www.domus1000.domusweb.it
www.domusweb.it/it/notizie/2016/03/09/domus_1000_e_in_edicola.html


Domus 934

La fragilità dell'architettura e l'architettura della fragilità


Tra le molte varianti con cui si presenta la bellezza agli occhi degli uomini, c'è la fragilità: un equilibrio transitorio, immateriale ed effimero tra gli elementi, esposto in ogni momento al rischio di dissolversi. Potremmo con- siderare fragilità e transitorietà come attributi perfettamente adatti a descrivere uno dei modi più interessanti con cui si esprime l'architettura nella contemporaneità. Accanto a una dimensione volutamente sovraesposta, imponente, monumentale, eterna e dispotica, il panorama architettonico più recente propone alla nostra attenzione anche un sottobosco di gesti minimi, di azioni deboli, di pensieri condivisi, di interventi transitori. Trovando riduttiva l'identificazione del processo architettonico con il suo risultato fisico, questa architettura fragile ha abbandonato le posizioni ideologiche e le opzioni massimaliste preferendo ritirarsi su sentieri meno in vista, dandosi alla macchia. Si tratta di un'architettura outsider, spesso di bassa definizione ma sempre di altissima giustificazione concettuale: usa strategie e tattiche immateriali, nel senso che non richiude il significato dell'architettura nel manufatto ma nei processi. La fragilità di questo genere di interventi sta nel loro instaurare un rapporto intimo, rispettoso e al tempo stesso innovativo, con lo spazio. La loro aspirazione è quella di ritagliare luoghi di vita, di relazione e di benessere laddove era impossibile trovarli: negli interstizi urbani, negli spazi residui, nell'edilizia popolare, nella dimensione quotidiana dell'esperienza, nel dialogo, nel confronto. Poiché non intercetta fama né allori né denari, questa architettura è qualcosa di più simile a una vocazione che a una performance teatrale. Mai come oggi, però, abbiamo bisogno di vocazioni di questo genere. Mai come oggi, la fragilità del nostro paesaggio –urbano e umano – reclama esercizi fragili, minimi, relazionali. La bellezza implicita e silenziosa di questa nuova generazione di architetture costituisce il maggior contributo di moralità sostenibile –molto più di tanta architettura soi-disant 'sostenibile' – ai problemi dell'abitare del nostro tempo.

Dal prossimo numero di aprile e per un anno, Alessandro Mendini sarà il nuovo direttore di Domus, con Joseph Grima direttore editoriale e Stefano Casciani vicedirettore. A loro va il mio augurio di buon lavoro.

Domus 933

PAESAGGI PLANETARI


Cosa si apre davanti al nostro sguardo quando siamo di fronte a un tipico paesaggio arcadico, di quelli rappresentati nelle pitture fiamminghe, nei dipinti di Giorgione o Poussin? Una distesa naturale interrotta dalla presenza di artefatti umani estranei al tessuto biologico, ma integrati nel suo panorama. Sono i segni della presenza dell'umano, artificialia che scrivono la mappa dei naturalia: questi elementi antropici incarnano i vettori estetici essenziali per trasformare l'ambiente naturale in paesaggio. Davanti a un altro genere di veduta – poiché il paesaggio, come l'essere umano, si esprime in molti modi –, per esempio un paesaggio urbano dei nostri tempi riprodotto in una fotografia di New York, Londra o Tokyo, lo scenario muta in modo irreversibile. Qui lo sfondo non è più la natura, ma una trama di cemento, vetro e acciaio. In questo nuovo fondale scenico, su cui si muove l'umanità contemporanea, la presenza naturale è diventata un ospite accolto e tollerato, ma disomogeneo rispetto al contesto: i rapporti di forza tra fondo e figura, tra natura e artefatto, si sono invertiti. È un tipico segno dei tempi. Il problema però, in questa nuova coesistenza, sta nel fatto che la natura, ridotta allo status di puro ornamento o suppellettile di lusso, non riesce a farsi carico della traslitterazione dello spazio urbano in paesaggio. Ciò accade perché la presenza naturale si posa sullo sfondo metropolitano in modo del tutto superficiale, come una citazione estranea al corpo del testo, senza un effettivo nesso di co-implicazione reciproca. Questo modo disorganico di concepire la compresenza tra natura e artificio non può certo produrre i paradigmi estetici di un nuovo paesaggio. La conseguenza di tutto ciò è che la nostra società è orfana di una definizione realmente contemporanea di paesaggio, restando ancorata, nel proprio immaginario collettivo, a modelli ancora rivolti al passato. In questo contesto problematico, negli ultimi anni molti progetti paesaggistici sono nati con l'obiettivo concreto di fondare i codici del paesaggio contemporaneo. Concepiti con un approccio critico e consapevole al problema, sebbene diversi per scala e attori, questi nuovi paesaggi ci propongono modelli, esempi e forme su cui posare lo sguardo ed educare la mente: micro/macro spazi di quello che potremmo chiamare giardino planetario.



Domus 932

CONTENUTO: CULTURA

L'interesse per la cultura e la conoscenza – ciò che un tempo veniva chiamato "contenuto spirituale" – sta vivendo una fase di rapida evoluzione. Un po' ovunque nel mondo, dall'India agli Stati Uniti, il nuovo "capitalismo cognitivo" sembra aver ritrovato un'interessata attenzione verso l'intelligenza e la creatività come tecniche di decifrazione del mondo: sono gli stessi manager e imprenditori ad assicurarci, salmodiando le leggi delle tre T e la teoria delle classi creative, che se si vuole sopravvivere al progresso occorre compiere il salto evolutivo, instaurando un rapporto continuo e duraturo con la cultura, la scienza e l'innovazione. Ho avuto modo di definire questo nuovo Zeitgeist, declinato geograficamente a diverse sfumature, come "transustanziazione laica" dal materiale (la produzione di cose) all'immateriale (la produzione di idee). In questo coagulo eterogeneo di finalità, dove l'utilità pubblica coincide con l'interesse privato, è lecito affermare che non si tratta più solo di investimenti buoni, giusti o etici, ma soprattutto di una promessa per il futuro. C'è da chiedersi, però, in che modo questa fase di investimento nella formazione, nella ricerca e, più in generale, nella cultura, possa canalizzarsi in un processo di rigenerazione effettiva, cioè in un meccanismo in grado di innescare fenomeni duraturi e insediati stabilmente nel territorio. Infatti, mentre l'invenzione è legata alla rapsodica intuizione di un singolo, i concetti di cultura e di innovazione corrispondono piuttosto a processi profondi, nei quali si rispecchiano le pulsioni e le aspettative di un contesto ambientale preciso. Il codice genetico dell'innovazione si trova sempre nei feedback, nelle transizioni e nelle interazioni con la società, origine e meta di ogni processo innovativo.
Non si può trovare innovazione laddove non esiste una trama fitta, ma fluida, di connessioni capillari diffuse nel territorio, poiché essa si dà solo attraverso lo scambio, il contatto, il contagio virale.Non si può nemmeno pensare che la cultura venga sostenuta e prodotta unicamente da circuiti formali e commerciali, poiché è vitale che si attivino cicli di ibridazione, in un continuo up & down, fra cultura alta e cultura bassa, fra la creatività che ha un accesso al mercato e quella che rimane circoscritta nei circuiti underground.Quello che intendo dire è che, stabiliti i mezzi e le risorse, questi non possono essere interamente dirottati verso la cattura di "prodotti finiti", ma vanno disseminati, distribuiti e 'rischiati', con il giusto criterio, nei processi in divenire. L'alimentazione del tessuto informale della cultura e della ricerca corrisponde alla costruzione di quelle "condizioni di possibilità" che stabiliscono il ground e l'underground, il suolo e il fondamento di una società. Cosa può fare l'architettura per la cultura? Può aiutarla, certamente, ma a volte può anche danneggiarla. Se stabiliamo che una strategia culturale efficace va pensata prima di tutto come un fine e solo secondariamente come un mezzo, l'architettura può mettersi al servizio della cultura e "fare corpo" con essa. Ciononostante accade più spesso il contrario, e cioè che le necessità culturali funzionino da pretesto per le velleità architettoniche o, peggio ancora, per gli accreditamenti pubblici delle amministrazioni. La questione del ruolo dell'architettura nei processi culturali si pone allora in questi termini: se è ancora possibile evitare che i contenitori di cultura si mettano in diretta concorrenza con la cultura stessa. Se è possibile cioè traslitterare l'architettura attraverso codici differenti, più discreti e più efficaci, in grado di favorire lo sviluppo della cultura anziché, a volte, complicarlo.

Domus 931

MUTAZIONE

Nel famoso disegno a china Sei cachi di Mu Ch'i, maestro cinese del XIII secolo, il rapporto tra forma e sfondo, tra i sei cachi disegnati e lo spazio bianco che li circonda intersecandoli, è sempre in bilico, in un equilibrio precario sempre pronto a invertirsi. Ciò che avviene tra i due elementi del quadro è un fenomeno di equivalenza dinamica, che la pittura cinese chiama mutazione: nella mutazione, la forma comunica strettamente con lo sfondo. Quest'ultimo non viene colonizzato dalla forma, ma anzi emerge in superficie facendo perno sui segni neri e sui contrasti che rafforzano il suo potere spazializzante. Come in un test di Hermann Rorschach, anche nell'immagine di Mu Ch'i non è chiaro se il soggetto del quadro sia la forma – i cachi –o lo sfondo, lo spazio assoluto che si manifesta grazie a essi. Mentre la tradizione pittorica occidentale ha avuto un carattere prevalentemente affermativo, in cui la cornice prospettica costruisce i rapporti spaziali attorno a un soggetto principale sempre perfettamente a fuoco, lasciando lo sfondo allo stadio di paesaggio indeterminato e ancillare, la tradizione cinese dispone di altri equilibri. Essa comprende, assai prima delle avanguardie, la centralità dello sfondo nello spazio ottico: le prospettive innaturali della pittura cinese sono il risultato di una equivalenza simbolica – di una mutazione – tra soggetto e contesto. I due modelli pittorici sono paradigmi chiari e comprensibili di due modalità differenti di agire poeticamente sul mondo. Una è la modalità affermativa, dichiarativa, muscolarmente fallocentrica. È quella del soggetto ipertrofico, costruttore di forme che si impongono al contesto. Non avendo nulla di cui vergognarsi, queste forme possono e devono dichiararsi senza alcuna remora rispetto al resto. C'è poi una modalità riflessiva, sentimentale, delicata, di produrre forme in continuo scambio con lo sfondo. Si tratta di un approccio più implicito, più indiretto, più ermeneutico, che riassume la sua filosofia nella formula dello svelare velando(si). Questa logica non esprime affatto un atteggiamento rinunciatario, ma appartiene a una poetica della seduzione che mira a valorizzare il particolare come mutazione e variazione di una totalità di senso, di uno sfondo impossibile da cancellare. Questo testo è un tentativo di sviamento retorico, di mascheramento di una riflessione architettonica sul camouflage, soggetto e contesto dell'Intersections di Domus di questo mese.

(Da una conversazione con Giuseppe Santonocito)



Domus 930

COMPORTAMENTI SOSTENIBILI

Come spesso accade ai concetti-container nell'epoca della comunicazione, anche il termine sostenibilità abbraccia un arco semantico ampio e vago, dissolto in una miriade di rivoli che toccano altrettanti aspetti della nostra sociosfera. La cosa più ovvia da rilevare è che la sostenibilità viene evocata come keyissue in tutti i ragionamenti rivolti ai cambiamenti climatici e alle trasformazioni – in senso peggiorativo – nel sistema eco-ambientale. In questi casi, il concetto viene usato per esprimere l'insieme delle norme e dei dispositivi tecnici adottati da governi e istituzioni allo scopo di attenuare la nostra impronta ecologica sul pianeta.La norma è il procedimento formale che mette ordine e governa i comportamenti abituali di una determinata comunità. Nel gioco tra questi due poli, tuttavia, è essenziale che l'abitudine faccia da sostrato preesistente alla regola: infatti, se una comunità non possiede una cultura abitudinaria adeguata a recepirla e a comprenderla, la norma rimane solo un coccio vuoto, un puro esercizio di stile.  In fatto di etica della sostenibilità, il sospetto è che accada esattamente l'opposto: per una sorta di inspiegabile ribaltamento del nesso logico, oggi il legiferare e il produrre nozioni, opzioni, progetti sostenibili suona come astratto e disincarnato rispetto all'insieme diffuso dei comportamenti comuni. C'è un distacco e una discrepanza incolmabile tra queste due dimensioni. Il problema principale sembra proprio quello di trovare il meccanismo virtuoso per cooptare la dimensione del comportamento collettivo nei processi di avvicinamento alle dinamiche sostenibili. Come scrive Yona Friedman nell'Intersections di questo mese, non è governando dall'alto, a livello macroscopico, che si può pensare una mutazione in senso sostenibile della nostra società: il risultato macroscopico, se ci sarà, sarà l'effetto della fusione in network di miliardi di micro-comportamenti quotidiani.  Due esempi, raccontati da Julie Sze e Simon Sadler sempre nell'Intersections, illustrano in modo significativo l'importanza di riconoscere chiaramente il ruolo della cultura abitudinaria rispetto al formalismo teorico della norma. Si tratta di due tentativi, molto diversi nei loro presupposti e nei loro esiti, di creare comunità eco-sostenibili in Cina e in Sudafrica. Mentre l'esperienza dell'eco-villaggio di Huangbaiyu, nel nord della Repubblica Popolare, si è dimostrato totalmente fallimentare perché l'applicazione di una astratta norma ecologica non ha tenuto conto delle particolari caratteristiche sociali della comunità rurale del luogo, la seconda esperienza, quella di Ivory Park a Johannesburg, ha registrato al contrario un incredibile successo perché qui il processo è stato innescato dalle richieste di una comunità di base, che ha saputo trasformare in regola una nuova esigenza di comportamento.  Il ruolo della consapevolezza collettiva nei confronti di una scelta eco-sostenibile è decisivo nel sancire l'esito e il senso della ri-definizione del nostro modello di abitare. Riducendo la scala del progetto dall'urbano all'individuale, lavorando sulla soglia in cui si toccano macrospazio esteriore e microspazio interiore, forse l'architettura può contribuire con maggiori risultati di quanto non abbia fatto sino a ora a una mutazione dei comportamenti sociali in senso sostenibile. Naturalmente, bisognerà ridiscutere i termini di adesione dell'architettura al teorema della sostenibilità: che non potranno essere più quelli dell'applicazione tecnocratica di standard certificati, ma quelli di una radicalizzazione dell'approccio progettuale allo spazio. Philippe Rahm, per esempio, all'ultima Biennale di Architettura di Venezia ha mostrato in modo eccellente come questo compito sia alla portata dell'architettura. Nel suo Digestible Gulf Stream, Rahm sviluppa concetti di disarmante semplicità, e tuttavia efficacissimi nella loro capacità di creare suggestioni e connessioni. Il progetto, ponendosi il problema del comfort termico, riconosce che un ambiente abitabile è il risultato dell'equilibrio raggiunto da diverse dimensioni comunicanti: il clima, ma anche l'abbigliamento, l'alimentazione, l'attività fisica. "L'architettura – afferma Rahm – è la mediazione termodinamica tra il macroscopico e il microscopico, il corpo e lo spazio, l'abbigliamento e la nudità, il movimento e la quiete, l'individuale e il collettivo, la meteorologia e la fisiologia". Voilà.  Questa oscillazione tra infinitamente piccolo e infinitamente grande, tra spazio astratto dei concetti e luogo concreto delle abitudini, è lo scenario, decisamente molto empirico e poco spettacolare, all'interno del quale, a mio avviso, può e deve muoversi un'architettura che vuole progettare, in modo radicale, una ipotesi di abitare sostenibile.

Domus 929

Viaggio nell'architettura italiana e ritorno

Poco prima che si chiuda il 2009, Domus esce con un numero che si interroga sullo stato dell'architettura italiana. Sfogliando le pagine della rivista, troverete alcune tra le proposte più interessanti raccolte nell'ampio lavoro di ricognizione sulla recente architettura nel nostro Paese. L'Intersections propone tre testi molto diversi fra loro. Ciascuno rappresenta, a suo modo, una sorta di commento – seppur indiretto – sul tema del numero. Sebastiano Brandolini, Pippo Ciorra, Stefano Casciani e il sottoscritto in A conversation piece – ci siamo interrogati sulla questione identitaria dell'architettura italiana nell'epoca della globalizzazione e dei neovernacolismi. Abbiamo discusso del discredito generalizzato che grava sull'architettura, sul perché quella più interessante si sviluppi sulle estremità del territorio nazionale, rarefacendosi nelle regioni centrali. Abbiamo parlato del ruolo dei media nell'evoluzione della coscienza critica, della responsabilità dell'Università nella formazione degli architetti e ipotizzato possibili scenari futuri. Vitaliano Trevisan – con Architettura. Variazioni su una nota di Loos – ci invita a ripristinare la giusta distanza tra cronologia (passato e presente) e ontologia (natura e cultura). Definendo il passaggio come "ciò che si dà simultaneamente alla vista", lo scrittore sostiene che oggi il compito dell'architettura può essere quello di andare diritti al 'contenuto', senza passare per la 'fodera' del packaging. Filippo Maggia – con Da Guarene all'Etna – ci racconta i dieci anni di una delle più straordinarie avventure di mappatura dell'italico territorio che si sviluppa da Guarene d'Alba all'Etna. I fotografi partecipanti all'iniziativa, catturando lo scenario paradossale del nostro Paese, hanno saputo cogliere negli anni il legame di profonda assonanza fra paesaggio architettonico e paesaggio umano.

Domus 928

MOBILITA'  SOSTENIBILI

Nei suoi accorati pamphlet-vademecum per sopravvivere all'idea di sviluppo e progettare una decrescita serena, il sociologo francese Serge Latouche ha individuato otto obiettivi in grado di costruire un orizzonte sociale ed economico più equo e sostenibile: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Per quanto radicale sia la posizione di Latouche, nessuno di questi termini, come si può notare, allude a un disimpegno dell'uomo rispetto alle proprie attività produttive o all'idea di un ritorno alla natura edenica del mondo prima del peccato originale. Quel mondo, infatti, esiste solo nelle mitologie dell'uomo, creazioni dell'immaginazione che fanno già parte di quella seconda natura artificiale human branded. L'intreccio mitico tra natura e tecnica è perciò iscritto nella storia dell'abitare umano. Non possiamo pensare all'uomo, l'animale costantemente in via di stabilizzazione, come a un organismo neutro perfettamente integrato nello schema degli impulsi biologici della natura. Se l'uomo si insedia sempre in natura con una modalità tecnica, è superfluo immaginare un pianeta senza tecnica. A meno che non lo si voglia ritrarre, come ha fatto Alan Weisman (The world without us), privo della variabile umana. Lo scarto che separa il mondo in cui viviamo dal mondo senza di noi descritto da Weisman (che rappresenta la Terra dopo la catastrofe o l'esaurimento dell'umano) è lo spazio sul quale possiamo lavorare per evitare che questo scenario si approssimi pericolosamente al nostro campo visivo, come il treno dei fratelli Lumière al cinema Pathé. Se si conviene sul dato antropologico della reciproca implicazione di presenza umana e produzione di oggetti, il margine su cui si può ragionare sarà individuato non dal se della produzione tecnica, ma dal come gli oggetti prodotti si insediano e rimangono nell'ambiente. Se tutti sono concordi sulla necessità di dare una sterzata rispetto agli attuali modelli di produzione di merci e di consumo delle risorse, allo scopo di ridurre o quantomeno contenere in termini più accettabili l'impatto della presenza umana sul pianeta, il registro tonale delle soluzioni proposte varia comunque molto, fino a differenze reciprocamente contraddittorie. Il risultato di questa impasse è un magro catalogo di progetti concreti. Tra questi, alcune delle idee più interessanti e a portata di mano provengono dagli studi sulla mobilità a ridotto dispendio energetico. Lo spostamento individuale e collettivo degli individui sul territorio rappresenta uno dei fattori antiecologici più rilevanti nel panorama degli orrori surmoderni. Se la logica dell'urbanizzazione spinge alla densificazione dell'abitare in nuclei sempre più ampi di individui, si può intuire come la questione degli spostamenti personali (da moltiplicare per 8,5 milioni, cifra corrispondente alla stima di popolazione mondiale metropolitana nel 2030) diventerà un elemento di importanza capitale nel discorso eco-logico del futuro. Come evitare che lo spostamento quotidiano degli abitanti da una parte all'altra dello sprawl urbano possa essere causa di collasso delle loro vite biologiche? Esistono, a mio avviso, due differenti pieghe del discorso. Si può ragionare sulla scala della mobilità collettiva, come fa il grande visionario Yona Friedman con la sua idea di MetroPolEurope: una città-continente in cui la mobilità viene garantita da treni ad alta velocità (come il TGV o lo Shinkansen) dotati di frequenze e costi equiparabili a quelli di un sistema metropolitano. La suggestiva ipotesi di Friedman, immaginando un sistema della mobilità che offra la possibilità di raggiungere un'altra metropoli con la stessa tempistica necessaria a raggiungere oggi la periferia della propria città, ci invita a un ripensamento radicale del modello della città estesa come pure delle conseguenze della densificazione e del senso stesso della transumanza interurbana. Ma si può ragionare anche a livello dell'"ego-scala" della mobilità individuale, ed è ciò su cui sono impegnati con estrema intensità i think tank dell'industria automobilistica, resisi conto che per avere un futuro nei modelli di mobilità dell'avvenire dovranno ripensare profondamente le proprie logiche produttive. Il fatto che la maggior parte degli investimenti sulla ricerca del settore automobilistico sia orientato alla drastica riduzione delle emissioni nocive e dei consumi porta all'inasprimento delle legislazioni internazionali in tutela della salute dei cittadini, ma è anche una precisa indicazione del mercato, sempre più sensibile ed esigente rispetto a un tema di interesse collettivo. Nell'Intersections di questo numero, Domus ha cercato di capire quale sarà il futuro praticabile dell'(auto)mobilità.


Domus 927

HAPPY AWARENESS


Se ipoteticamente considerassimo l'Africa come un'unica nazione di quasi un miliardo di anime come ha fatto recentemente la Banca Mondiale, scopriremmo che il suo PIL sarebbe superiore a quello del Brasile e dell'India. Quest'ultima, indicata dai racconti mediatici come il nuovo orizzonte economico insieme alla Cina, vanterebbe in realtà, a parità di popolazione rispetto al fittizio soggetto panafricano, un reddito annuo pro-capite inferiore di ben 250 dollari. Nel solo 2007, oltre 20.000 operatori economici di 19 diversi Paesi africani hanno intessuto relazioni commerciali privilegiate con Cina e India, in un trend in piena ascesa. Perché allora si parla continuamente di economie indiane e cinesi, e mai di economie africane? Gli analisti sostengono che la percezione occidentale dell'Africa è condizionata da una strana e negativa distorsione legata al fatto che il continente viene visto attraverso il filtro anamorfico dei media, che lo rappresentano da sempre come un luogo infelice e statico, venato di sfumature apocalittiche: un container di umanità disperata che cerca salvezza muovendosi verso l'Europa. In realtà, dei movimenti micro e macro economici espressi con sempre maggiore continuità dai 53 Paesi africani, e davanti ai quali noi abitanti del cosiddetto primo mondo siamo rimasti come ciechi, si sono accorte proprio le cosiddette potenze emergenti, evidentemente più pronte a leggere le situazioni globali di chi resta ancora irretito dal panico generalizzato della crisi mondiale. Sarebbe riduttivo, tuttavia, leggere gli investimenti asiatici in Africa sul modello del colonialismo bianco otto-novecentesco. Oggi la penetrazione finanziaria degli investitori cinesi e indiani si trova a confrontarsi con soggetti economici ben consapevoli del ruolo e delle potenzialità che si trovano ad avere nei confronti dei mercati globali: una classe di manager, operatori e imprenditori africani che spesso tornano in patria dopo aver conseguito istruzioni superiori nei più prestigiosi istituti occidentali. Ma non si tratta solo di questo.  In Africa, già da qualche tempo e un po' ovunque – negli slum come negli uffici delle piccole aziende – si percepisce un'ottimistica consapevolezza, leggera e felice, dei propri mezzi. È la felicità di sapersi futuro del mondo, di coltivare la ragionevole speranza di aver imboccato la via d'uscita dalla miseria e dall'indigenza, attraverso un semplice aumento di stima nelle proprie possibilità. Si può parlare di una condizione mentale positiva che non corrisponde ancora, forse, a una situazione reale, ma che è capace di stimolare prepotentemente le risorse creative, economiche e culturali del continente. Questa felicità consapevole, questa levità nei gesti e questa eleganza nelle idee, abbiamo cominciato ad apprezzare già da qualche anno nelle performance degli atleti, nei ritmi delle musiche e nella violenta fertilità delle opere d'arte. Ma oggi l'ottimismo contagia organicamente un po' tutti gli aspetti della società africana, alimentando anche un promettente grow up architettonico. L'architettura che proponiamo in questo numero di Domus si presenta perciò come uno dei tanti straordinari biglietti da visita attraverso cui la felice nuova consapevolezza africana si propone al palcoscenico mondiale.  Sembra proprio che l'Africa, in fin dei conti, assomigli sempre più a Milano.


Domus 926

URBAN RETROFITTING

In tutta Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Cina, attualmente l'edilizia pubblica e privata ereditata dagli anni Sessanta e Settanta è oggetto di una libido delendi molto ben avviata verso la sua stessa perversione.L'opzione distruttiva verso un passato edilizio reputato inutile, ideologicamente incompatibile con il presente oppure semplicemente 'brutto', si mostra oggi come keyword condivisa da molte amministrazioni pubbliche, persuase che la demolizione in vista della costruzione di unità più nuove e più moderne possa di per sé garantire formule dell'abitare più adatte ed efficienti per la vita metropolitana del futuro. Ma se l'ennesima versione delle magnifiche sorti e progressive dovrebbe vederci almeno un po' più scettici rispetto a questo genere di refrain, il fascino muscolare (e finanziario) del nuovo che si costruisce sulla cancellatura dell'esistente biologicamente inadatto a sopravvivere rappresenta tuttavia una pesante cortina fumogena posta innanzi a ogni riflessione critica sul destino degli immobili de-funzionalizzati. Le riflessioni a cui Domus si è sottoposta con l'Intersections dedicata al tema Urban Retrofitting non si limitano a confrontare le conseguenze puramente pragmatiche dell'opzione demolitoria rispetto ad altre possibilità, ma tenta di sollevare interrogativi più articolati, rivolti a formulare, anche teoricamente, ipotesi differenti riguardo al destino futuro del nostro recente passato architettonico. Ci siamo davvero chiesti come va considerato un patrimonio edilizio caduto in disuso, ma tuttavia stabilmente insediato nel paesaggio culturale di una città, rispetto all'ordine della percezione e a quello della memoria? E da dove attingono la loro legittimità epistemica i criteri valutativi, per lo più di ordine storico-estetico, che decidono della conservazione o della non-conservazione di una struttura architettonica non più funzionale quale quella di un complesso edilizio abbandonato di epoca sovietica o di una torre d'avvistamento normanna in rovina?Per essere più espliciti, ci siamo chiesti: perché riteniamo pacifica la conservazione o il restauro del rudere normanno mentre altrettanto pacificamente decidiamo di abbattere il Palast der Republik? Abbiamo affrontato il tema del destino dell'architettura non-più-funzionale attraverso un punto di vista alternativo rispetto a quello della coppia logica demolizione/ricostruzione. C'è un pensiero fortemente consapevole dietro all'idea di recuperare e reinserire, all'interno del ciclo dell'abitare, quel patrimonio edilizio caduto in disuso, seguendo un regola laica e non pregiudiziale di recupero: intervenire concettualmente prima ancora che architettonicamente, per evitare agli edifici l'iscrizione all'indice degli obiecta delenda. Se si vuole, si può leggere questa prospettiva parafrasando Jacques Derrida in vista di Lacaton e Vassal (ma l'ordine dei fattori può essere invertito): come ogni costruzione reca in sé i germi della sua decostruzione, così "i grandi alloggi sociali portano i germi della propria riqualificazione".Dare di più attraverso il meno, costruire l'abitare mediante il fallimento dell'abitare: i già citati Lacaton+Vassal, Raumlabor, Cyprien Gaillard e Monika Sosnowska assumono, ognuno a loro modo, questa traccia operativa per ricaricare di senso architettonico (e sociale, e morale, ed estetico) quegli oggetti che poco per volta stanno disperdendo il significato della loro presenza.

Domus 925

FAHION & DESIGN



Domus 924

MODAESIGN

La città di Milano cambia repentinamente in occasione di due grandi eventi stagionali: il Salone del Mobile e la Settimana della Moda.
Due avvenimenti, due mondi, due livelli creativi – il design e la moda – apparentemente distanti ma in realtà sorprendentemente affini. Due acceleratori che iniettano ogni anno una potente scarica adrenalinica alla metropoli, in una sorta di grande anteprima di quello che potrà essere il palcoscenico meneghino tra eventi, incontri e folle di visitatori per l'Expo internazionale del 2015. Alla vigilia del Salone del Mobile, Domus uscirà ad aprile e maggio con un progetto editoriale extra-ordinario, che prevede due numeri gemelli all'interno dei quali saranno ospitati – contemporaneamente – contenuti, analisi e commenti dedicati sia alla moda sia al design.
Con questa operazione, Domus ha voluto innescare un cortocircuito tematico nel tessuto dei discorsi che da qui a qualche settimana verranno monopolizzati dal design, innestandovi, con un principio virale, alcuni interessanti ragionamenti dedicati al mondo della moda.La struttura della rivista verrà rivoluzionata e tagliata in senso longitudinale: entrambe le uscite conterranno una parte dedicata al design e una Intersections consacrata alla moda. L'idea è quella di dare continuità ai ragionamenti seguendo un filo logico trasversale che si dipana nello spazio di due puntate.
In questa uscita di aprile vengono sottoposti al mondo della produzione e del design questioni e riflessioni a cui faranno seguito, a maggio, le relative risposte, che non si presenteranno sotto la forma discorsiva e teorica di un ragionamento bensì nella pratica di oggetti, di prodotti finiti, di reazioni concrete. Le Intersections, a loro volta, ospiteranno in questo numero alcune considerazioni di carattere socio-antropologico sui concetti di moda e costume, intesi come modi d'essere individuale e collettivo, mentre nell'uscita gemella di maggio l'"universo vestimentario", come viene chiamato da Barthes, sarà raccontato prevalentemente dal punto di vista delle mode possibili, con una decisa virata sull'attualità delle tendenze. Oggetti che si indossano, oggetti che si usano. Domus sarà per questi due numeri un crossing magazine nel senso letterale della parola, uno spazio in cui i concetti si rincorrono e si richiamano sotto un unico comune denominatore – la creatività – e sullo sfondo di un solo palcoscenico internazionale – Milano.

Domus 923

Architetture del pensiero in perpetual beta

L’orizzonte informatico contemporaneo è definito da tre lettere, due numeri e un punto: Web 2.0, il web concepito come piattaforma di interconnessione dell’intera umanità. L’idea di piattaforma, connotata di un segno sociale, è l’aspetto più significativo di questo nuovo modo di approcciarsi alla rete. Se prima si era spettatori e ricettori di informazioni, oggi si può diventare soggetti attivi di processi che è possibile condividere con altri utenti situati a migliaia di chilometri da noi. Autorialità e socialità sostituiscono definitivamente la semplice fruizione passiva di un servizio, e immettendo l’utente in circuito di condivisione delle conoscenze, delle informazioni e dei saperi. Il web 2.0 si costruisce e si sviluppa grazie al contributo continuo degli utenti che sono, di fatto, i  “co-sviluppatori”del sistema. Nel suo dispositivo, il nuovo web mette in opera la teoria dell’intelligenza collettiva, spiegata James Surowiecki nel suo La saggezza della folla, secondo cui i gruppi di persone sono più intelligenti di qualsiasi esperto. Ne consegue che la sommatoria di intelligenze e di conoscenze medie supplisce positivamente ai limiti delle competenze razionali individuali. Ciò ci permette di spiegare, fra le altre cose, il successo planetario di siti come Wikipedia e dei blog tematici, la proliferazione continua dei social web e l’attenzione rivolta da grandi motori di ricerca come google e yahoo alla futuro mercato della cultura di massa.  Ma fino a che punto possiamo credere all’innocenza del web, alla sua promessa di liberazione democratica? Vale la pena soffermarsi a ripensare i propositi libertari dal web attraverso la prospettiva di un double bind decostruttivo che possa evidenziarne le criticità. Solo per fare un esempio, sappiamo benissimo che l’enorme flusso di contenuti mosso dal web non dice nulla rispetto alla qualità di elaborazione delle informazioni, poiché ad un filtro qualitativo (la pertinenza della definizione di un concetto) se ne sostituisce uno quantitativo (il numero dei link a cui la definizione è collegata). Con una procedura simile, come cambia il nostro modo di applicare i concetti ai fatti, dal momento che il mondo naturale non funziona come l’universo digitale? E cosa può significare sapere collettivo di fronte al rischio di “pilotaggio”, di manipolazione, di gestione sottocutanea del sapere da parte dei grandi motori di ricerca presenti e futuri? Allo stesso modo il fermento di socialità costituito dai blog e dai social network produce conseguenze sulla privacy molto più complicate rispetto alle modalità tradizionali di relazione umana. Tutto ciò che immettiamo sul web è destinato a rimanervi per sempre: commenti, informazioni, foto, video, tutto viene vampirizzato in un enorme hardisk  che non conosce diritto di oblio e che rende difficile cancellare le tracce. Decideremo ancora di fare uso di questa socialità virtuale sapendo che le nostre informazioni personali diventeranno dati sensibili da vendere al miglior offerente? Oppure tenteremo di ibridare modelli di socialità diversi in spazi ancora tutti da progettare? Su queste tracce tematiche, probabilmente, forsenneremo i nostri dibattiti futuri.
Domus vuole anticiparne alcuni in questa intersection del numero 923 dedicata al nuovo Web.

Domus 922


Domus 921

Food/Caution

ABBONDANZA NELLA PRIVAZIONE. A CHE CIBO STIAMO GIOCANDO?

Nel 2008 i 2.191 milioni di tonnellate di derrate alimentari prodotte hanno lasciato nella fame quasi un miliardo di essere umani. Se la produttività agroalimentare aumenta con progressione aritmetica, il prezzi crescono con progressione geometrica. Tra gennaio 2002 e febbraio 2008 i costi medi alimentari sono aumentati del 140 %. Negli ultimi 12 mesi l’aumento si attesta a oltre il 53%. Si produce di più, si paga di più, si spreca di più, ma anche: si muore di fame di più. Per quanto tempo ancora parteciperemo al gioco idiota del more more more, cucinandoci con sapiente masochismo la saporita "ricetta per il disastro alimentare"?
CIBUS, CIBUS, s. m. : ETIMOLOGIA INCERTA.
Oggetto biblico, oggetto biologico, oggetto simbolico, oggetto sociale, oggetto sessuale, oggetto estetico, oggetto etico, oggetto globale, oggetto locale.. Che tipo di rapporto abbiamo costruito con la nostra attività alimentare? Come abbiamo fatto a trasformare l’atto di sopravvivenza più istintivo dopo il respirare in: -un’arte molto chic chiamata culinaria -un’estetica del buon gusto e del savoir faire -un background etnoculturale -una battaglia ideologica per la tutela delle biodiversità -un problema di allergologia generale -un agente causa di nuove patologie psichiche -un concetto-cardine del marketing turistico:in poche parole, una vera ossessione sociale, un feticcio, e infine, ça va sans dire, un nuovo mito d’oggi?
I CHILOMETRI ALIMENTARI E I DILEMMI DELLA DISTANZA.
Il pasto perfetto di Michael Pollan è quello cucinato con la verdura cresciuta sotto casa. Un pasto tipo consumato da un qualsiasi abitante delle società opulente probabilmente sarà composto da elementi che hanno superato più di una dogana. La soia arriverà dall’estremo oriente o dalle pianure ungheresi, il mais -e il glucosio che ne deriva- dall’Iowa o dalla valle dell’Indo, il pomodoro è andaluso o marocchino, i limoni di Tel-Aviv etc. Se un tempo il costo del cibo era direttamente proporzionato alla distanza attraversata per posarsi sulla nostra tavola, oggi al contrario è più semplice ed economico acquistare alimenti prodotti lontano da noi. MacKinnon e Smith, autori di "100-mile diet" tentano di fare il contrario: mangiare cibo raccolto, coltivato e prodotto nel raggio di cento miglia da casa. E Oliver Rowe, giovane chef londinese, ha aperto il suo Konstam a Kings’ Cross cercando - riuscendoci - di sfornare piatti composti con prodotti di rigorosissimo pedigree: nati, cresciuti, raccolti o macellati entro i confini della rete metropolitana urbana di Londra. Se sommati alla la proliferazione dei community gardens, questi dati ci parlano di un interesse sempre più vivo per un’alimentazione genuina e controllata, che si approssima alla distanza del chilometro 0.
Il COLONIZZATORE DELLO SPAZIO.
Come in epoche ataviche il cibo, per una sorta di nemesi storica, è tornato ad ossessionare i comportamenti quotidiani. Il rapporto con il cibo nei paesi occidentali è passato in poco tempo da una media inferiore ai 3 pasti giornalieri ad una frequenza che va dai 6 ai 15 contatti quotidiani. Si mangia nel luogo di lavoro, davanti alla tv, mentre si fa shopping. Il cibo occupa il nostro tempo e colonizza il nostro spazio e il nostro immaginario. Il panorama invariato della monocultura contrasta con lo scintillio di ipermercati straripanti di cibi colorati. L’ industria alimentare traccia l’agenda della logistica territoriale, impone spazi urbani food-orientated e decide dei simboli prevalenti nelle nostra cultura pop. Possiamo definire il cibo, come l’arte, un oggetto ansioso? Elementi per una mappa provvisoria DomusLab Food, il laboratorio di Domus all'11. Biennale di Architettura di Venezia, ha proposto una serie di incontri e di riflessioni focalizzati sul cibo come oggetto plurisemantico. Nei due mesi di attività del laboratorio è stata accumulata una quantità sorprendente di materiali che, sovrapponendosi liberamente per concrezione, hanno contribuito a costruire una mappa fisica e mentale del cibo nella società contemporanea. Si tratta, ovviamente, di una mappa provvisoria e dichiaratamente non oggettiva, più simile a una costellazione di tracce che a una cartina millimetrata. Ma proprio per questo, nello spirito del progetto aperto che ha connotato fin dall'inizio l'idea di DomusLab, vogliamo condividere questa mappa di elementi con tutti gli interessati, in modo tale che ogni persona interessata all'argomento possa acquisire le tracce, manipolare i frammenti, organizzarli, costruendo la propria rappresentazione personale del sistema contemporaneo del cibo.
Domus 920

Archi-testo.Dieci considerazioni sulla testualità.
 
 
1. Libri e architetture appartengono entrambi alla classe degli oggetti testuali. Se pensiamo a un testo come al risultato di un atto che ha per scopo una comunicazione, mediata attraverso un segno inscritto in uno spazio disponibile, l'architettura appartiene alla classe del testuale.

2. Gli oggetti architettonici sono strutture complesse che funzionano come testi. Quando diciamo "testo architettonico" non ci riferiamo ovviamente all'editoria sull'architettura, ma all'architettura come macchina significante che produce narrazioni e configurazioni dell'ambiente. Ogni progetto attinge a una grammatica fatta di regole logiche, morfemi, semantemi, accenti e registri stilistici che appartengono al sistema linguistico dell'architettura.

3. Il testo letterario, a sua volta, ha caratteristiche intrinsecamente architettoniche. L'Hypnerotomachia Poliphili, forse il più bel libro mai stampato, uscito dalla tipografia di Aldo Manuzio quasi 500 anni fa, è la rappresentazione more typographico dei precetti dell'architettura rinascimentale. Già nella simmetria della doppia pagina i testi scritti denunciano il rimando al mondo architettonico. La parola scritta o stampata si installa nello spazio vuoto come una costruzione progettata secondo regole funzionali ed estetiche capaci di comporre un impianto narrativo che "resta in piedi".

4. Testi letterari e architettonici sono pre-testi privilegiati per transizioni culturali. Se i testi funzionano in maniera simile, è possibile traslare i metodi interpretativi da un livello all'altro e da un territorio all'altro. Capita così che il critico letterario, filosofo e traduttore Walter Benjamin si disimpegni con grande versatilità flottando tra l'ermeneutica letteratura e l'esegesi delle nuove forme di architettura fin de siècle. O che le rigorose architetture narrative dei romanzi di Winfried Sebald si ispirino alle suggestioni di mappe, spazi architettonici e percorsi urbani, e ancora che Umberto Eco abbia abbozzato una semiotica generale dell'architettura impostata esplicitamente sullo schema dell'analisi del testo letterario.

5. Ma è vero anche il contrario. Peter Eisenman infatti ha adottato sistematicamente il decostruttivismo come punto di vista progettuale, interpretando l'architettura come una narrazione e il fare architettonico come un modello di scrittura. Ma in un certo senso, anche Palladio ha legato fortemente la sua fama, oltre che alle opere, al discorso narrativo della teoria, alimentata dalla mitologia dei suoi famosi Quattro Libri.

6. La biblioteca è lo spazio fisico-simbolico in cui si incontrano testo letterario e testo architettonico. Le biblioteche sono pensate e progettate per la conservazione e la trasmissione del sapere sotto forma testuale. Come collezione di testi da conservare, la biblioteca cartacea viene contenuta dalla biblioteca architettonica: si attiva perciò un cortocircuito e una intersezione di contenitore e contenuto nella forma di un oggetto – la biblioteca – costituito da più livelli di testualità.

7. Architettura e libri sono iscrizioni. Ogni testo è un'iscrizione. Una scrittura si in-scrive in uno spazio e ne organizza le forze costruendo forme dell'abitare. Si può abitare uno spazio fisico o uno spazio mentale. In entrambi i casi lo spazio prende forma diventando luogo, mentre la dialettica di testo, spazio e tempo costituisce lo sfondo del con-testo.

8. Le iscrizioni sono fatte per restare. Ancora oggi amiamo e leggiamo Dante nonostante la scomparsa dello sfondo socio-politico che con-testualizza la sua opera: non ci sono lotte tra guelfi e ghibellini né domina la weltanschaaung teologica di Tommaso d'Aquino. Non diversamente, ammiriamo la struttura dell'Alhambra senza servirci delle sue funzioni di residenza di potere e ci interessiamo a uno spazio post-industriale anche se esso non ospita più le attività per cui era stato progettato. Le scritture testuali valide esalano significati anche dopo la conclusione del loro ciclo funzionale, perché sono in grado di trascendere l'orizzonte del loro con-testo

9. I testi, tutti i testi, sono messaggi trasmessi verso una posteriorità. Gli autori, gli editori, i committenti e le civiltà soccombono, ma tutti i testi che meritano di essere tramandati quasi sempre riescono a farlo, prolungando il senso di un'iscrizione che resta come traccia e testimonianza di un concetto, di un'idea e di una visione del mondo, superando il significato contestuale, cioè locale e funzionale, per trascendersi in puro significante.

10. Testi:non-monumenti. "Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà per sempre" [Gustave Flaubert]. Se architettura e libri sono destinati a sopravvivere ai loro autori e al loro tempo, ciò non significa che si trovino fuori dal mondo e fuori dal tempo. A differenza dei monumenti che durano e resistono solo perché, sin dall'inizio, sono pensati come oggetti duri, morti, inerti, senza spazio, né tempo, né senso, i testi architettonici e letterari, in quanto buoni testi, in quanto testi efficaci, si rendono contemporanei a ogni tempo, ricontestualizzandosi ininterrottamente e sempre pronti a produrre emozioni, conoscenza e senso.
 

Domus 919

Progetto Milano
 
Centonove anni dopo la loro prima esposizione universale, Milano e l'Italia avranno il loro Expo 2015, un evento che potrà incidere profondamente sul presente e sul futuro della città e al quale Domus dedicherà, a partire da questo numero 919, una serie di indagini, di servizi e di riflessioni. Con questo primo sguardo che viene lanciato su Milano – uno sguardo distaccato e oggettivo – si vogliono comporre i pezzi iniziali di un mosaico, o meglio ancora di un affresco, che diventerà una rappresentazione in progress riferita alla condizione urbana del territorio milanese. A partire da oggi e sino al 2015 Domus si preoccuperà dunque di accompagnare e di monitorare con appuntamenti costanti tutte le future trasformazioni della città, attraverso una ricerca continua che accumulerà materiali, informazioni e contenuti critici. Da anni Milano vive una fase di immobilismo e di latenza che ha inciso profondamente sulla sua immagine internazionale. Se la città ha potuto conservare un ruolo di primo piano nei settori della creatività e dell'economia, questo lo si deve per lo più alle iniziative dei privati, che hanno contribuito in maniera decisiva a rintracciare e rinnovare la forma urbana in assenza di un progetto organico e lungimirante di sviluppo. La grande occasione di Milano Expo 2015 consiste nella possibilità di confrontarsi finalmente con un progetto di rinnovamento urbano a lungo termine e non più, semplicemente, con la gestione delle emergenze e della quotidianità. Con Expo 2015 pensiamo che Milano possa riappropriarsi del suo ruolo culturale, economico e geopolitico di città-chiave dello scacchiere europeo.
Ci auguriamo che questa occasione non rimanga virtuale, e che l'assegnazione del 21 marzo scorso sia la prima tappa di un percorso che porterà Milano a riguadagnare definitivamente la collocazione di assoluto prestigio internazionale che le compete.

Domus 918


Domus 917

Elogio del saprofitismo 
 
Il protagonista di un romanzo di W.G. Sebald, il professore d'architettura Jacques Austerlitz, si chiede perché mai la storia dell'architettura ci fornisca uno straordinario inventario di edifici e costruzioni, ma ignori completamente i sentimenti, le sensazioni e gli aspetti 'vissuti' di questi spazi costruiti.
Da dove proviene questa banalizzazione storica dell'idea di architettura, identificata integralmente con il modo della produzione di oggetti- edifici da abitare?
Possiamo ancora fidarci e affidarci al racconto dell'architettura che ci spinge verso l'accumulo museale di oggetti?
Per recuperare un concetto veramente contemporaneo di architettura, si potrebbe optare, invece, per una scelta diversa: scartare con un movimento scomposto la voluntas aedificandi e guadagnare una prospettiva laterale, più immateriale e più mobile sulla distesa dell'orizzonte. L'architettura pensata quindi come disciplina cross-over, instabile e impermanente, macchina saprofita capace di incorporare e metabolizzare a più livelli i materiali fisici e culturali dello spazio attuale, per poi reimmetterli nel ciclo vitale rimontati in sequenze diverse.
Si dice saprofita quell'organismo che vive della manipolazione decostruttrice di materiali già esistenti. Mediante il recupero e la lavorazione organica di materia in via di decomposizione, gli organismi saprofiti producono contesti ecoambientali viventi dove prima non c'erano. Adottando questo approccio, il luogo cartesiano dell'architettura si sposta dalla produzione e dall'accumulo all'intercettazione e alla trasformazione degli oggetti e dei concetti già presenti nel nostro ambiente, con lo scopo di creare soluzioni e contesti non
ancora pensati né sperimentati.
L'atteggiamento saprofita si accanisce a smontare e rimontare i sistemi delle relazioni economiche, umane e simboliche radicate nello spazio. Un lavoro in fase continua, il cui obiettivo non è la produzione di oggetti finiti, ma sempre e ininterrottamente di materiali, suggestioni, concrezioni pronti a loro volta a essere riusati e riprogrammati, in un infinito processo di appropriazioni e restituzioni.
 

[All'Arsenale di Venezia, dal 14 settembre al 23 novembre in occasione dell'XI. Mostra Internazionale di Architettura, Domus organizza DomusLAB, un laboratorio-contenitore di eventi saprofiti dedicato all'indagine sullo spazio contemporaneo
e incentrato sul tema del cibo].

www.labiennale.org
www.domuslab.net
www.pantrylab.blogspot.com


Domus 916

A cosa servono i diritti umani?
 
Ha senso oggi combattere per l'affermazione di human rights, di diritti umani? Come si giustifica questo concetto, figlio dell'illuminismo euroamericano, al momento del rendez-vous globale con culture di radice non europea, per esempio con quelle che difendono gli Asian values? È ammissibile esportare la democrazia anche quando non viene richiesta? E infine, cosa è legittimo fare e quali sono i limiti entro i quali è auspicabile agire in difesa dei diritti umani? Credo che la politica degli interventi umanitari, sotto forma di battaglie "in favore dei diritti umani", conservi ancora una buona parte di quell'atteggiamento patriarcale, di quell'etnologia bianca, che discendono direttamente dal colonialismo (materiale e culturale). Rispetto a qualche anno fa, tuttavia, l'edificio dei diritti umani, come concetto operativo del diritto internazionale, sembra mostrare il fianco alle critiche provenienti da molti settori: da parte di chi registra secondi fini nelle azioni internazionali di interferenza umanitaria, ma soprattutto, in senso meno contingente, da parte di quello stesso ambiente filosofico che, più di duecento anni fa, ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dei diritti dell'uomo. Dal punto di vista di principio, il circolo vizioso dentro il quale si dibatte tutta la questione è da imputarsi al fatto che il concetto di diritto umano genera, implicitamente, una categoria di persone che, per il fatto di non godere di diritti, si trova nella drammatica condizione di essere "un umano di seconda categoria", che abita "ai margini dell'umanità". Ha senso conferire diritti umani, che si presumono inalienabili, a chi viene considerato, trattato e vissuto come meno di un essere umano, e perciò è stato alienato di questi diritti? Il paradosso è evidente.I diritti umani sembrano essere solo -come dice Rancière - uno scarto, un residuo dei diritti civili e politici (pienamente goduti da alcuni). In generale i diritti umani vengono rivendicati da chi gode pienamente della democrazia per chi, presumibilmente, ne rimarrà in ogni caso tagliato fuori. Maneggiando la contraddittorietà esplosiva dei diritti umani, si arriva facilmente a provocazioni di questo genere, e le obiezioni magistralmente sollevate da Zizek (e da altri insieme a lui) nei suoi polemicissimi interventi, colpiscono il punto molle dell'intera dottrina dell'interventismo (o dovremmo chiamarlo fondamentalismo?) umanitario. Il problema della certezza del diritto, dice Zizek, non è affatto umanitario, bensì politico. La teoria dei diritti umani (astratta) può essere chiamata in causa solo in presenza di un vuoto politico e sociale, solo davanti alla smobilitazione di una politica (concreta) dei diritti civili e politici, la sola che può dare risposte a una società che reclama uno stato di diritto. Mentre i diritti umani provengono dall'alto e non possono valere per tutti (ha lo stesso senso il diritto alla libertà di espressione per un europeo o per un asiatico?) i diritti civili e quelli politici, al contrario, sono il prodotto di una fase storica che tutta una comunità contribuisce a costruire. Sulla base di questa osservazione, dobbiamo imporci una seria riflessione per individuare il punto di superamento dell'opposizione, sinora sterile e retorica, tra l'universalismo omologante dei diritti umani e il pluralismo identificante delle singole culture. Le voci che si alternano nell'Intersections di questo numero raccontano, da prospettive rigorosamente alternative a quelle mainstream, le ragioni (o le sragioni) dei diritti dell'uomo, tenendo conto del fatto che uno dei punti di vista più interessanti a proposito di questo tema, è quello che chiama in causa l'architettura in qualità di arte che si prende cura dello spazio dell'abitare umano, come luogo della libertà, della complessità e dell'apertura.

Domus 915

Con Democrazia Acclusa.
 
In uno dei suoi aforismi, Gandhi afferma: in democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica.
La politica, intesa nel senso di gestione della polis, riporta la democrazia al suo ruolo originario, che è quello della scala urbana. Città e democrazia si mostrano allora come due facce di un’unica moneta ateniese il cui conio, vecchio di ventisei secoli, non smette ancora di emettere valuta.
Quando una città è veramente democratica? Quando si propone come spazio aperto che interseca e connette modelli di vita, visioni del mondo e poteri d’acquisto diversi e dissonanti tra di loro.
Oggi le città, luoghi di intersezione e di co-esistenza delle differenze, si propongono come il vero laboratorio a cielo aperto della società globale e multietnica. La sfida davanti a cui ci pongono le città contemporanee consiste proprio nel riuscire a gestire e a garantire quel crossing di eterogeneità che produce la differenza democratica, senza cedere alla tentazione di chiudere nello schema di una tipologia unitaria il circuito aperto dell’infinita diversità.
L’architettura deve ancora giocare un ruolo socio-politico marcato nella conduzione della trasformazione urbana. Per far ciò le occorrerà però assumere il punto di vista della differenza, adottare un’ottica eteronoma che rifiuta l’idea della città come spazio liscio e indifferente, organizzato in una logica di archivio. Le gated communities, gli spazi vip, i quartieri satellite, quelli residenziali, sono tutte risposte negative alle richieste di una dimensione abitativa fluida e aperta. La logica dell’archivio tiene sì insieme il molteplice, ma come giustapposizione di unità separate: tutti nello stesso luogo, ma separatamente, un essereaccanto che è ben diverso dall’essere-con.
Questa concezione di città come sistema di comparti chiusi riduce gli spazi di conflitto e i momenti di promiscuità, e pubblicizza come valori aggiunti l’esclusione della differenza e la costruzione di frontiere di controllo esplicite (barriere fisiche, CCTV) o implicite (soglie economiche, confini simbolici).
Credo che la sopravvivenza della democrazia urbana passi, al contrario, per il principio di inclusione, per l’attivazione di tutti i sistemi utili a introdurre l’idea di differenza nel cuore stesso della trasformazione urbana. Si può pensare, per esempio, a una funzione maggiormente partecipativa della comunità nella progettazione di luoghi pubblici. L’esperienza degli Idea Stores di Londra è un caso eccezionale di interazione efficace e positiva tra comunità e architettura. Questi spazi pubblici hanno sviluppato il concetto di differenza basandosi sulla partecipazione attiva dei cittadini e dei valori differenziali di cui sono i portatori. L’adozione di una prospettiva della differenza non deve affatto essere limitata a progetti pubblici, ma è estendibile a ogni intervento di progettazione architettonica a scala urbana, che in quanto tale genera effetti sull’intera città.
Anche nel progetto di un grattacielo, per esempio, il punto di vista dell’attacco al suolo è più essenziale di quello dello skyline: la domanda che ci si dovrebbe porre non è come il "profilo si inserisce nel panorama" ma come "la base si innesta nel contesto". Quale grado di eterogenea connessione riuscirà a garantire il nuovo edificio? Sarà capace di includere e di moltiplicare la differenza, o la chiuderà a chiave fuori dal suo perimetro, sorvegliandola accuratamente con telecamere e uomini armati?
Per progettare la democrazia urbana, il principio dell’abitare molteplice deve essere ricondotto al centro del dibattito. L’approccio architettonico alla città non può più aggirare i concetti di differenza e di molteplicità. Con democrazia acclusa.

Domus 914

L’architetto: testimone contemporaneo
 
 
Equilibrio instabile tra gesto che afferma un sé e pratica di responsabilità verso gli altri, il saper fare dell’architetto è il punto di intersezione tra le ossessioni private e le pubbliche necessità. Come instancabile mediatore di queste istanze opposte, oggi più che mai l’architetto deve accorciare lo sguardo verso l’idea di architettura intesa come un prendersi cura del bene comune. Nel giocare la partita di una rinnovata dimensione etica, l’architetto è efficace se si appropria della prospettiva della contemporaneità. Contemporaneo è colui che trovandosi in uno stato di non coincidenza con il suo tempo, ha uno scarto sul presente ed è in anticipo sul futuro. La prospettiva contemporanea è scissa in un tempo sospeso, in una diacronia anfibia, che consente di leggere il presente con uno sguardo più profondo e prendendone le distanze. E’ la schizofrenia del contemporaneo quel punto di vista privilegiato dal quale oggi l’architetto, secondo una logica della discontinuità, può richiamare la dimensione etica del suo agire, inteso come prendersi cura dell’intero?

Domus 913

Domus cambia pelle
 
Con questo numero primaverile, Domus completa la metamorfosi inaugurata esattamente un anno fa, proponendosi con una cornice grafica interamente rinnovata, creativa, contaminata e più fluida. La nuova immagine di Domus può finalmente rispettare, anche nella sua veste formale, l’obiettivo che da un anno si era data per i suoi contenuti: essere una rivista sintonizzata sulla lunghezza d’onda dello Zeitgeist, dello spirito del tempo, che non tollera più saperi e conoscenze disposti a compartimenti stagni. Come la città informale sostituisce la griglia ordinata delle simmetrie ottocentesche, così il sapere e il saper-fare che hanno abbandonato le "grandi narrazioni" si esprimono attraverso codici sempre meno chiusi su se stessi e sempre più permeabili e disposti all’ibridazione. Il mondo dell’arte e del design "noblesse oblige" come sempre recepisce e metabolizza questo grande movimento di cross over culturale, con velocità e sensibilità almeno doppie rispetto a ogni altro settore della vita sociale. Domus aspira a captare e a diffondere questa sensibilità in anticipo, con la puntualità e l’efficacia comunicativa che competono a una rivista contemporanea di arte architettura e design. La nuova grafica di Domus dichiara perciò da subito le sue intenzioni: non ci sarà nessuna possibilità di equivoco per il lettore, che coglierà nella rivista la trasparente corrispondenza di forma e contenuto, di interno ed esterno, in un vero mix match di idee, suggestioni, ricerche ed esperienze emozionali, che rispecchiano perfettamente la sensibilità e l’estetica della società globale del terzo millennio. Buona lettura.
 

Domus 912

Cinque citazioni:
Le insicure vie della sicurezza
 
"Chi è pronto a rinunciare alle proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né libertà né sicurezza"
BENJAMIN FRANKLIN
 
"Se non hai nulla da nascondere, non hai niente da temere"
UFFICIO DELLA PROPAGANDA DI JOSEPH GOEBBELS
 
"L’architettura è l’espressione dell’essenza di ogni società. Ma solo l’essere ideale della società, quello che emette ordini e divieti in modo autoritario, trova espressioni nelle composizioni architettoniche nel senso stretto del termine"
GEORGE BATAILLE
 
"Il campo militare è il diagramma di un potere che agisce per mezzo di una visibilità generale. Ritroveremo a lungo, nell’urbanistica, nella costruzione di città operaie, di ospedali, di ospizi, di prigioni, di case d’educazione, questo modello del campo, o almeno il principio che lo sottende: l’incastrarsi spaziale delle sorveglianze gerarchizzate. Principio dell’incastro. Il campo fu, nell’arte poco confessabile delle sorveglianze, quello che la camera oscura fu nella grande scienza dell’ottica"
MICHEL FOUCAULT
 
"Questa ossessione per i sistemi di sicurezza fisica e, contemporaneamente, per il controllo architettonico delle determinazioni sociali, è divenuta lo Zeitgeist della ristrutturazione urbanistica, il tema centrale del nuovo ambiente urbanizzato. Eppure, la teoria urbanistica contemporanea, pur dibattendo il ruolo delle tecnologie elettroniche nello spazio postmoderno e discutendo la dispersione delle funzioni urbane in una serie di "galassie" dell’agglomerato metropolitano policentrico, ha stranamente evitato di riconoscere la militarizzazione della vita cittadina così cupamente evidente a chi ne percorre le strade".
MIKE DAVIS
 
Come si sta evolvendo il meccanismo sociale della "richiesta di sicurezza" nel XXI secolo? E soprattutto, come si comportano l’architettura e l’urbanistica, discipline di organizzazione dello spazio, rispetto all’efficienza di quel meccanismo: collaborano con le pratiche del controllo, in quanto generatrici di ordine, o sono antagoniste, in quanto ideatrici di spazi liberi?
Con questa Intersection, Domus focalizza un fenomeno al quale si riserva spesso troppo poco interesse: la sorveglianza come sistema di sicurezza, di controllo e di terapia sociale.
Con una riflessione sul tema degli spazi carcerari.

Domus 911

Atlante Pontiano
 
 
Ottant’anni fa, nel 1928, Aby Warburg comincia a lavorare al suo ultimo lavoro, che sarebbe rimasto incompiuto: Mnemosyne o L’Atlante delle immagini. L’enigmatico progetto di Warburg consiste in una massiccia raccolta di materiale, per lo più iconologico: circa un migliaio di fotografie, incorniciate, montate, assemblate secondo una logica precisa benché del tutto personale, che nelle intenzioni di partenza sarebbe dovuto servire a rappresentare la mappa del valore espressivo delle immagini nella storia della cultura occidentale. Le tavole di Mnemosyne sono utilizzate come il materiale inesauribile di un’esperienza culturale ancora viva, che può essere riattivata continuamente nel suo contenuto di contemporaneità. Nell’Atlante le riproduzioni fotografiche di pitture, icone e affreschi, allineate secondo un punto di vista non-monumentale, vivono di una nuova logica dell’attualità attraverso un ininterrotto processo di ricontestualizzazione. Quello che di straordinario accade con l’Atlante è che le immagini rianimate dal medium fotografico dismettono gli abiti della prova circostanziata, del documento compiuto, per trovarsi re-innestate in un circuito di esperienze che incidono direttamente sulla pelle dell’attualità.
Ottant’anni fa, nel 1928, Gio Ponti fonda Domus. In occasione di questa ricorrenza, abbiamo voluto ricordare e rievocare la traiettoria creativa di Gio Ponti, senza ricadere nella retorica celebrativa e ridondante della commemorazione. Abbiamo immaginato di confezionare un numero speciale di Domus, di farne un numero unico, che in sé possa essere considerato come un piccolo oggetto pontiano. Per cimentarci con questo proposito, abbiamo chiamato in causa tredici artisti visuali "Pablo Bronstein, Jeff Burton, Martino Gamper, Arturo Herrera, Mimmo Jodice, Luisa Lambri, Salvatore Licitra, Walter Niedermayr, Martin Parr, Lisa Ponti, Tobias Rehberger, Tom Sandberg, Francesco Vezzoli, in rigoroso ordine alfabetico" ai quali è stato chiesto di usare Ponti come pretesto, ovvero come infra- o sotto- testo, come corpus, come segnavia, per esplorare l’universo pontiano con uno sguardo contemporaneo.
Si tratta, come per l’Atlante di Warburg, di tracciare una mappa che consenta di orientarsi, per il presente e per il futuro, in un viaggio al culmine dell’opera di Ponti. Un viaggio sicuramente simbolico, poiché comporta un perdersi e un ritrovarsi negli oggetti e nei concetti del designer e dell’architetto. Ma anche un viaggio reale, geografico: una mappa dei luoghi fisici in cui si trovano dislocate le creazioni di Ponti: Milano, Sanremo, Taranto, e poi Stoccolma, Parigi e Caracas.
In questo Atlante pontiano, concetti e oggetti costituiscono al tempo stesso il mezzo e il fine del viaggio. Trattate come materiale, come elementi di un discorso creativo di secondo grado, che si innesta come per concrezione sullo strato originario, le creature di Ponti sono sottoposte a reinquadrature stranianti, a sguardi attenti e decisi a spiazzarne le prospettive, a deviarne la semantica, in una parola, a reintepretarle in funzione di una novitas. Abbiamo voluto chiedere a questi occhi d’artista un gesto provocatorio, sebbene non irriguardoso, nei confronti di Ponti. Lo sguardo può inquadrare il mondo a differenti profondità: si può interpretare, anziché registrare; si può essere uno sguardo, prima ancora di una retina. Invitando alla provocazione, abbiamo chiesto a questi artisti di intendere il termine nel suo senso letterale: pro-vocare Ponti significa chiamare in causa le sue opere mediante operazioni di interpretazione, di spostamento e di riterritorializzazione degli elementi percettivi e simbolici, in modo da obbligarle a esibire il tasso di influenza sul presente che oggi esse sono in grado di esercitare. Significa sottrarle ai processi di monumentalizzazione, molto spesso sinonimo di mummificazione, per rendere loro giustizia ri-vitalizzandole come oggetti della nostra estetica quotidiana.
Le riproduzioni fotografiche, i collage e le immagini generati da questi interventi sono il precipitato di molteplici sforzi mentali e muscolari con cui questi artisti si sono misurati, ciascuno a proprio modo, ciascuno mettendo in cornice o sottoponendo a una nuova prospettiva uno o più momenti dell’universo pontiano. Il risultato è un itinerario iconografico affascinante, un vademecum creativo, funzionante come un accumulatore di energia che potenzia al massimo le forze latenti, trasformando l’immobilità in flusso, il sé in altro da sé, usando l’opera di Ponti come sostanza e sostrato di un rinnovato discorso estetico.
Nell’accezione classica, la sostanza definisce ciò che permane nel mutamento. Usare Gio Ponti, la sua opera, come sostanza di una nuova narrazione, come grammatica di una nuova poesia, è un modo per riconoscerla come presente nella più viva contemporaneità.
Questo numero di Domus è, come si era già detto, un numero speciale: per la ricorrenza, per il suo contenuto, per il fatto di presentarsi come un prodotto non strettamente editoriale. Non potremmo immaginare un modo migliore di ricordare Gio Ponti e la sua attività che omaggiandolo con un Domus all’insegna della sua cifra stilistica: l’anticonvenzionalità.
"Semel in anno licet insanire": chiusa questa parentesi, Domus rientrerà nei ranghi, ritornando al format consueto, occupandosi, nell’Intersections della prossima uscita, della questione della sorveglianza e del controllo nella società contemporanea
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Domus 910

Il Corpo.Viande de chair
 
La mano giace stancamente lungo la vasca, sfiora il suolo, tenendo fra le d ita semidivaricate una penna. Questa mano è l’estrema propaggine di un corpo, quello di Jean-Paul Marat, che colpito mortalmente si accinge a divenire altro. Cosa vediamo di questo suo corpo (chair) in attesa di trasformarsi in carne (viande)?
Quando avviene questo trapasso da Marat alla carcassa di Marat, questo non lo possiamo percepire. Potremmo pensare, guardando quella mano, la posa del braccio, ad un momento di tregua del corpo. Perciò in maniera ragionevole, si può affermare ugualmente di vedere un corpo vivente-vissuto, un Leib, nel momento del suo riposo, ma si può anche dire, con cognizione di causa, di osservare un corpo fisico, Körper, un oggetto molecolare come tanti altri,chimicamente composto da carbonio, idrogeno, ossigeno, sodio, potassio, zolfo, fosforo: una macchina organica così come l’aveva descritta Marat-en personne, cioè Marat prima di divenire carne, prima di diventare personne.
Una prospettiva non sembra escluderne un’altra, e anzi potremmo aggiungerne una terza: il corpo che vedo non è quello di Marat, presente là, davanti a me: ma è l’immagine di questo corpo, la rappresentazione superficiale di una tridimensionalità carnale, divenuta così in-toccabile.
Cos’è corpo? Che spazio abita?
Gilles Deleuze affermava che nei quadri di Bacon si dipingono forze. Eppure, di fronte a questi quadri, guardando il tondo che circonda la figura,il tondo che è insieme sfondo, volume e territorio proiettato intorno al corpo, non osserviamo semplicemente le forze subite dal corpo, ma vediamo il corpo come forza, il corpo come agente di una potenza che abita uno spazio.Cos’è corpo?
Qual è il suo capitolato d’appalto?
Il limite del corpo non coincide con quello della sua figura: il corpo è proiettato nella carne del mondo, si estende, si distende lungo il perimetro del suo campo d’azione, e anche oltre. La domanda senza risposta che si pone Heidegger chiede: "Il corpo occupa uno spazio. Esso è delimitato rispetto allo spazio? Dove arrivano i confini del corpo? Dove termina il corpo?". Non è ancora stata detta l’ultima parola su dove arrivi la potenza del mio corpo, la scienza non scioglie i punti interrogativi di questo enigma vivente. Il corpo è quella complicata cerniera dell’interfaccia tra esterno e interno, tra proprio e improprio, tra mio e tuo, continuamente oscillante, dai contorni sfrangiati, indecidibile come un nastro di Moebius. Gli antichi ne erano coscienti: caro quaeritur,  il corpo crea problemi, sfuggente ad ogni collocazione, impossibile da cogliere in flagranza di reato. E’ questa falsità del corpo, la sua vergogna: il suo non essere né dentro né fuori, il suo restare sempre su una soglia.Cos’è corpo? A chi appartiene?
La massa organica del corpo può servire a riparare altri corpi solo se è presa nell’intervallo giusto del transito dal corpo alla carcassa, dall’uomo al cadavere. Il corpo morente è forse oggi l’icona più attuale dei processi di ridefinizione identitaria che gravitano intorno alla questione del corpo. Se è un mero contenitore di organi, una macchina d’organi  disponibile sul mercato, è lecito chiedersi chi può rivendicare il possesso del mio corpo in quanto è o non è una cosa.  Siamo poi così sicuri che l’identità di una persona sia legata alle sue sedi cerebrali? Le mie membra non hanno forse memoria? In realtà queste domande sono malposte,  perché già bypassate dall’urgenza della realtà. L’in-corporazione del corpo con altro, nelle sue forme estreme  del trapianto xenogenico e del trapianto del volto, tocca già l’idea dell’identità personale nel suo senso più alto. E d’altra parte, la manipolazione del corpo è in sé un’attività tipicamente umana.
Cos’è il corpo? Che spessore ha?
L’impronta tecnologica estende la soglia del corpo a limiti impensabili: l’orecchio, la vista toccano potenzialmente tutti i punti disposti sulla Terra, legandoli insieme in un unico discorso di riterritorializzazione. Il corpo messo a lavoro dai media, è il risultato di una contaminazione stupefacente di organico e disorganico, in cui si cancella la resistenza naturale dello spazio alla penetrazione delle superfici solide. Il corpo, trascinato fuori dai suoi limiti fisici, perde in spessore e profondità ciò che guadagna in superficie. Divenuto allo stesso tempo strumento e fine della comunicazione, il corpo deve continuamente essere modificato, ritoccato, aggiustato in un esercizio di composizione testuale il cui tema non è più ormai il mio corpo fisico, ma la sua immagine pubblica, a cui è richiesto di essere sempre all’altezza degli standard più recenti. L’immagine è un’ossessione diffusa del corpo vissuto, legata al confezionamento, anch’esso mediatico, di un ideale di gioventù e di salute statica, bloccata, per la quale il problema non è più lo spazio, ma il tempo

Domus 909

La notte.
 
 
“In girum imus nocte et consumimur igni”
Se la notte è tecnicamente l’intervallo che intercorre tra il tramonto e il sorgere del sole, oggi, nell’epoca della 24 hours urban life e della moltiplicazione di notti bianche, la distinzione tra ciclo diurno e ciclo notturno sfuma nell’immagine con-fusa e indistinguibile di un giorno che confluisce nella notte, e di una notte elettrica mutatain giorno. Dove finisce il ciclo diurno delle nostre città, e dove comincia la notte?
Nel suo Libro d’ombra, Junichiro Tanizaki denunciava con largo anticipo l’invasione illuminotecnica della notte, che ha reso il mondo incapace di prestare ascolto al ritmo dell’ombra. Noi occidentali, abitanti della terra del tramonto, ma terrorizzati dall’oscurità della notte, abbiamo privilegiato il senso della vista e la supremazia della luce nel costruire le regole del nostro modus vivendi. E da Prometeo ad Edison abbiamo attraversato con sistematicità le tenebre, dissolvendole con la spettacolare intrusione della luce artificiale, che conforta le nostre notti con un’illusoria sensazione di sicurezza.
Lo spazio della notte è invece il contrario di questa sensazione di sicurezza: è un luogo percettivo ancorché simbolico, uno spazio concavo in cui sprofondano i contorni degli oggetti, e  che spalanca un territorio privato di paure e di segreti. Nella notte, dove tutto è possibile e nulla e garantito, si manifestano gli spettri interiori della nostra civiltà: i comportamenti trasgressivi, i peccati capitali, le congiure contro l’ordine costituito.
Per questo ogni società si è misurata sulla sua capacità di sottrarre zone di potere alla tenebra, rischiarando e padroneggiando il proprio intorno. Nel secolo elettrico appena trascorso, il processo scenografico dell’illuminazione pubblica ha protratto la luce all’intera durata della notte: il tramonto disegna, in tutte le grandi città del mondo, un paesaggio fatto di luminescenze, una notte che si muta in altro, un ciclo della vita sociale di specie diversa.
La questione dell’illuminazione della città nella notte è, attualmente, uno dei problemi primari dell’organizzazione della vita urbana, specialmente nella prospettiva di un futuro prossimo che prevede l’inurbamento della maggior parte della popolazione planetaria. Il paesaggio notturno spesso è considerato una sorta di terrain vague, di no man’s land la cui gestione appartiene più alle competenze della pubblica sicurezza che agli studi di antropologia della vita urbana. Il dispositivo concettuale veicolato dalla gestione pubblica della vita notturna, ripropone l’identificazione della luce con il puro positivo e della tenebra con il puro negativo: più luce=più sicurezza. Un meccanismo largamente condiviso dalla pubblica opinione, ma molto riduttivo, la cui funzione palliativa permette di sviare e rinviare all’infinito l’attenzione sui veri problemi strutturali della sicurezza delle nostre città: l’organizzazione degli spostamenti notturni, la qualità della vita e dei rapporti sociali, la sviluppo dei valori specifici dell’esperienza notturna rispetto al paesaggio diurno.
Delegando invece ai dispositivi d’illuminazione artificiale le nostre incongrue ricerche di sicurezza, ricorrendo al feticcio culturale della luce salvifica, dipendendo in larga parte da essa, ci esponiamo sempre più, in una nemesi auto-inflitta, ad una notte ancora più scura, e più pericolosa perché meno prevedibile. E’ la notte dei temuti black-out, di quelli grandiosi che si sono già verificati negli USA qualche anno fa, e di quelli che in futuro potrebbero capitarci, nell’ipotesi di nuove crisi dell’energia. Nell’improvviso calare della notte del black-out, noi animali urbani ci ritroviamo brutalmente gettati in una condizione ambientale ancestrale, in cui sono azzerati di colpo tutti i sistemi di luminose sicurezze hi-tech che ci siamo costruiti.
Nel black-out notturno la notte ritorna a far valere i suoi diritti, irrompendo con il suo oscuro territorio di vita, di possibilità, di paure, di relazioni sociali concrete, di assenza di limiti,che noi fotofili tentiamo da sempre di controllare. Non è forse il black-out la più onesta rivincita delle tenebre, interiori ed esteriori, sulla nostra volontà di luce? Il richiamo al nostro passato remoto e al nostro futuro prossimo? La spinta che ci impone di interrogarci consapevolmente su una gestione urbanistica interessata alle qualità sensoriali e ai caratteri atmosferici della notte?
L’intersection di DOMUS 908 percorre trasversalmente il limitare della notte, e come ormai è nostra abitudine, attraversa l’infinito panorama notturno a longitudini diverse grazie ai racconti di Paolo Mauri, Guy Nordenson, Michel  Maffesoli, Alexander Brodsky, Peter Greenaway, Daniele Del Giudice.
                                                                                                                                                                                                                                                              

Domus 908

La geografia e la misura della Terra
 
BATESON: "The map is not the territoy", una mappa non è un territorio. Eppure l’idea che la geo-grafia, la scrittura della terra, coincida con la grandiosa azione secolare di agrimensura della superficie terrestre, l’idea che geografia sia uguale a cartografia, è ancora presente in maniera preponderante nell’immaginario collettivo.
Il fenomeno globale del webmapping, delle carte geografiche satellitari interattive, dichiara che ogni giorno ed in ogni momento milioni di persone gettano istantaneamente il proprio occhio indagatore sulla crosta superficiale del nostro pianeta.
Questa sorta di intensivo voyerismo di scala globale, alimentato dalla possibilità tecnica di avvicinare istantaneamente lo sguardo a qualsiasi punto sulla terra, con zoomate e rapidi spostamenti vettoriali, sta rapidamente resettando la percezione dell’immagine del mondo, dandoci quasi la sensazione di avere guadagnato il passepartout per la prospettiva metafisica del grande occhio divino.
Eppure, per quanto la raffinatissima simulazione digitale ci renda sempre più difficile distinguerlo, una mappa non è un luogo reale, ma è solo una immagine del mondo. Quello che vediamo grazie al satellite è la versione artificiale di un luogo concreto, ma prosciugato delle sue qualità fisiche e sociali, e ridotto alle sole due dimensioni della superficie piana. La lezione schmittiana ci insegna che catastare geograficamente lo spazio non è mai una attività innocente, ma un atto di produzione e selezione, un dichiarato esercizio di potere: mappare significa dare l’imprimatur ad un luogo, marcarlo prendendone possesso.
 Verifichiamo perciò un dato che sembrava implicito e che invece non lo è. Lo spazio geografico è una fiction, è un concetto operativo non dotato di esistenza propria: e infatti nessuno lo sperimenta nella propria esperienza personale. Quando parliamo di strumenti come atlanti, mappe, cartine, evochiamo unicamente dei dispositivi utili a registrare e organizzare graficamente lo spazio-ambiente in cui abitiamo. Strumenti che la possibilità di accesso al webmapping ha certamente contribuito a rendere più democratici e più avvicinabili, innescando una dinamica di libera cartografia collettiva, una sorta di wikimappia. Con l’innegabile vantaggio di essere in grado di produrre mappe capaci di orientarci perfettamente, in ogni circostanza.
Questa attività di ricognizione di punti o persone sulla superficie dello spazio planimetrico rischia però di banalizzare la plurivocità d’approccio della ricerca geografica.
L’antica disciplina della segnatura della terra, già da molto tempo non si limita più ad elencare i tratti fisici delle distese planetarie, ma ha assunto per oggetto le azioni delle società umane che trasformano lo spazio naturale in spazio sociale: la dinamica dei contrasti urbani, le relazioni tra una società e il suo paesaggio, l’insieme dei fenomeni che si registrano nei luoghi reali.
Oggi rappresentare la terra, fare geografia, significa passare dalla scala satellitare del planisfero a quella antropologica dello spazio vissuto. Scendendo dalla prospettiva aerea a quella umana, l’orizzonte dell’esperienza ci parla di uno spazio che non ha le caratteristiche euclidee di misurabilità, di omogeneità, di costanza e di necessità. Noi ogni giorno sperimentiamo il paradosso di Husserl, per il quale la terre ne se meut pas. Ci muoviamo in uno spazio-ambiente che percepiamo con tutto il corpo, e non solo con la vista. La geografia, divenuta nella sua evoluzione naturale bio-geografia, antropo-geografia, antropo-geo-morfologia, attraversa e registra tutte le scale e le prospettive dello spazio, e lambisce gli ambiti di altre discipline, fra tutte l’urbanistica e l’architettura.
Ognuna delle scale spaziali è in grado di produrre atlanti eccentrici, rappresentazioni anomale dello spazio-ambiente, del resto tanto coerenti nella loro logica quanto lo sono gli oggetti cartografici: atlanti dei sentimenti, carte delle passioni, luoghi della memoria. Tutte queste figure raccontano delle pratiche dello spazio terrestre, dei fenomeni che vi si producono, e non solo delle sue immagini. Oggettivanti, espressivi, emotivi, questi morfemi di abitazione della terra non sono mai neutrali, perché lo spazio non è una dimensione fisica ab-soluta, cioé  indipendente da chi la abita, ma ogni occupazione individuale dello spazio è l’espressione di una potenza personale attraverso la quale ognuno si connette con un luogo.
In queste intersections, Domus cercherà di raccontare la molteplicità dei sensi che oggi si attribuiscono al termine geo-grafia.

Domus 907

Ubi fluxus, ibi locus
 
 
Le ragioni della mobilità hanno già da tempo imposto la loro legge sulla vita contemporanea.I boat people, gli executives in business class, i cybernauti interconnessi lungo le reti virtuali, gli automobilisti incolonnati sulle freeway,  gli acquirenti e i flâneurs  brulicanti negli shopping malls: il catalogo della umanità in movimento oggi potrebbe ritenersi infinito. Non esiste a quanto pare una sola modalità per interpretare il fenomeno complesso di questa nuova logica della transumanza umana. Declinato a più livelli e a più velocità, a scala arteriale o capillare, il continuo flusso di presenze transitorie che percepiamo assiduamente nelle nostre città, ci fornisce l’icona pulsante del nuovo nomadismo surmoderno.
Oggi siamo obbligati a lasciarci alle spalle l’immagine datata di una comunità stanziale radicata in una chiusa ripetizione di rituali identitari. La circolarità e l’intensità dei transiti umani a breve-medio-lungo raggio, la crescente dinamicità delle sinapsi infrastrutturali, sono indizi eloquenti di una evoluzione dei modi sociali che va in direzione di un modello di comunità "impermanente". Impermanenza è il termine buddista che indica la transitorietà positiva delle esistenze fenomeniche, e che Michel Maffesoli ha fatto proprio per definire  la natura errante delle dinamiche, individuali e collettive, attualmente operanti nelle società contemporanee. Gli spazi infrastrutturali sono il luogo e lo sfondo di queste nuove esperienze di relazioni sociali, che si organizzano sempre più frequentemente on the road, seguendo i tracciati lineari della rete di (tele)-comunicazione. I percorsi virtuali o reali dei nostri spostamenti sono i luoghi in cui ormai spendiamo una parte non indifferente del nostro tempo, dislocandovi residenze sempre meno temporanee e relazioni sempre meno strutturate. Di questa tendenza degli spazi infrastrutturali a trasformarsi in spazi sociali del paesaggio urbano, si propone di raccontare DOMUS 907.

Domus 906

Design
 
Nelle intersections di questo numero  tenteremo di analizzare i  complessi e mutevoli rapporti di forza tra la produzione degli oggetti di design e uno sfondo socio-economico che lo accoglie. Un collage di una serie di opinioni autorevoli prende il mio posto per riflettere sul tema: Le Corbusier, Walter Gropius, Achille Castiglioni, Jean Baudrillard e Roland Barthes.
"La nostra vita moderna, quella della nostra attività, eccezion fatta per l’ora della tisana o della camomilla, ha creato questi oggetti: il suo vestito, la sua penna, la sua macchina per scrivere, il suo apparecchio telefonico, i suoi ammirevoli mobili d’ufficio, i cristalli di Saint-Gobain e le sue valigie Innovation, il rasoio Gillette e la pipa inglese, la bombetta e la limousine, il piroscafo e l’aeroplano. Tutte le frottole pronunciate sull’oggetto unico, sul mobile d’arte, suonano false e dimostrano un’incomprensione incresciosa delle necessità del momento presente: una sedia non è un’opera d’arte; una sedia non ha un’anima; è uno strumento per sedersi"
Le Corbusier  [Arte decorativa e design /  Verso una architettura]
"Una cosa è determinata dalla sua essenza. Per darle forma in modo che funzioni adeguatamente - sia essa una casa, una sedia, o un recipiente - deve prima studiarsi la sua essenza; essa deve infatti realizzare completamente il proprio scopo, vale a dire adempiere praticamente alle proprie funzioni ed essere durevole, economica e bella".
W. Gropius [Principi della produzione del Bauhaus]
"Cancellare l’idea di uno "splendido isolamento d’artista". Un oggetto di design è il frutto dello sforzo comune di molte persone dalle diverse specifiche competenze (tecniche, industriali, commerciali, estetiche). Il lavoro del designer è la sintesi di questo lavoro collettivo"
Achille Castiglioni [Di Achille Castiglioni]
"Se sottoponiamo  a questa domanda gli oggetti che ci circondano: cosa in loro c’è di strutturale e cosa di astrutturale? Siano essi oggetti tecnici o gadget, accessori, o indici formali, ci accorgeremmo di vivere, in piena età neo-tecnica, in un atmosfera ampiamente retorica e allegorica [...]l’uso dell’oggetto di serie non è legato, implicitamente o esplicitamente, alla richiesta del modello. E reciprocamente i modelli non si  trincerano più dietro una esistenza di casta, ma si aprono e si inseriscono nella produzione industriale, nella diffusione di serie. Anch’essi si propongono come "funzionali"(qualità del tutto estranea al mobile di "stile"), e accessibili, in teoria, a tutti".
J. Baudrillard [Il sistema degli oggetti]
"Non bisogna dimenticare che l’oggetto è il miglior portatore del soprannaturale.
C’è facilmente nell’oggetto una perfezione e insieme un’assenza di origine, una chiusura e una brillantezza, una trasformazione della vita in materia (la materia è assai più magica della vita), e per dir tutto, un silenzio che appartiene all’ordine del meraviglioso"
R. Barthes [Miti d’oggi]

Domus 905

Acqua
 
 
L’acqua occupa il pianeta con un miliardo e mezzo di metri cubi di volume, dispersitra oceani, fiumi, atmosfera, ghiacci e ipogei: l’esistenza dell’uomo è, letteralmente, circondata dall’acqua. Il nostro rapporto con l’acqua inizia già prima della nostra venuta al mondo. La vita prenatale si sviluppa in sospensione nell’accogliente ricovero degli involucri fetali. Fatalmente l’uomo viene alla luce annunciato da un versamento d’acqua. Noi in definitiva non siamo che acqua, fatti d’acqua per circa il 70% della nostra costituzione organica. Quando parliamo del rapporto tra acqua e uomo evochiamo un contesto primario che ci proietta all’indietro nel passato della nostra genesi biologica e storica: l’occupazione dello spazio dell’abitare umano si è costantemente modellata in funzione delle esigenze e delle esperienze d’acqua. E non possiamo negare che la nostra rappresentazione del tempo è immancabilmente intrisa di simbolismi d’acqua: il fluire del tempo, lo scorrere della vita. La storia della comunità umana ci racconta della sua nascita e della sua evoluzione attraverso una prassi quotidiana con i fiumi, i mari e le fonti d’acqua: l’acqua che protegge, preserva, nutre e unisce, ma anche l’acqua che minaccia, separa, asseta e annienta. Abbiamo delle immagini plastiche, formidabili, delle esperienze di vita in cui l’uomo si è misurato in un corpo a corpo scintillante, a volte fatale, con l’elemento liquido predominante: i polder olandesi strappati all’acqua e trasfigurati in nuove possibilità di vivere e operare; Venezia, favolosa città, né terra né mare, ma terra unita al mare con rito nuziale; le dighe colossali che incombono a metà strada tra risorse e minacce, le esondazioni dei fiumi che trascinano con sé interi secoli di civiltà, la liquefazione del permafrost artico in fango, che costringe le comunità eschimesi ad abbandonare i propri insediamenti abituali. Acqua buona, acqua cattiva: o forse, semplicemente, acqua? L’acqua si presenta vestita dei suoi innumerevoli abiti, di volta in volta come una benedizione o una maledizione, come una promessa che può essere saldata o mancata. L’icona pubblica dell’elemento acquatico esige che la si giudichi sempre attraverso un double bind, un doppio sguardo che non ne fissi una volta per tutte la fluida ambiguità. Come si può pretendere, d’altra parte, che l’acqua, l’elemento atavico giudicato un tempo come la materia e il principio della natura, possa sacrificare la sua essenza fluida, sfuggente, incontrollabile, per piegarsi interamente ai nostri bisogni umani, troppo umani? Se solo prestiamo attenzione alla nostra rappresentazione abituale dell’acqua, vediamo che tra tutti i suoi stati fisici identifichiamo l’acqua con la sua liquidità. Non è un caso: liquidità è quella proprietà che permette all’acqua di essere un fattore anarchico, capace di assumere continuamente nuove forme senza peraltro fissarsi in alcuna, di aggirare gli ostacoli senza fermarvisi, scivolando sinuosamente lungo i corpi che incontra sulla sua strada. Con ciò abbiamo colto un aspetto straordinariamente decisivo: la liquidità dell’acqua si oppone prepotentemente alla staticità della struttura dei corpi solidi; nella dialettica tra questi elementi, tra struttura e dispersione, tra fluidità e posizione, tra ordine e anarchia, è l’elemento liquido che sembra attualmente prevalere, insinuandosi all’interno dei corpi massivi per corroderne lentamente i legami atomici. Si tratta in fondo del fenomeno della fusione dei corpi sociali solidi di cui ci parla da più di vent’anni Zygmunt Bauman, ed è ciò che possiamo sperimentare, attraverso un esempio molto significativo, nella proliferazione delle abitazioni galleggianti in molte città portuali degli U.S.A e del Canada: evoluzioni sofisticate delle antiche chiatte fluviali, le houseboat hanno una struttura ibrida tra casa completa di ogni optional e barca, che mette chi le abita nelle condizioni di poter defluire quando vuole in un altro luogo, aderendo integralmente al principio dell’elemento liquido e della dispersione dei legami forti. Plasmare l’acqua, contenerla, adoperarla è la modalità principale del rapporto storico di uomo e acqua: tutto ciò significa oggi principalmente evidenziarne la sua natura liquida. Si narra che di fronte alle piene del Fiume Azzurro i taoisti proponessero la costruzione di barriere molto basse affinché il grande fiume restasse libero di seguire il suo naturale deflusso verso la foce. La trasfigurazione dell’acqua da elemento sacro a oggetto economico si è costruita al contrario sull’idea dell’infinito possesso, disponibilità e sfruttamento di questa risorsa: ma questa idea ha ancora oggi una attualità, o non è forse destituita di gran parte, se non di tutto, il suo valore? La ridefinizione del limite tra terra e acqua, corpo liquido e corpo solido, flusso e struttura, natura e artificio, è un’istanza che chiama in causa in prima persona chi organizza gli spazi e le strutture della vita sociale dell’uomo che abita su questa terra. Il numero 905 di Domus si occupa di dare spazio ad alcune delle testimonianze possibili del rapporto tra l’elemento umano e l’elemento acquatico.

Domus 904

Densità
 
Densità assoluta: massa dell’unità di volume di una sostanza. Densità di popolazione: rapporto fra il numero degli abitanti e la porzione di territorio che essi occupano. Quasi la metà della popolazione del nostro pianeta spende la propria vita in quegli immensi agglomerati di esistenze che sono le metropoli contemporanee.
Si tratta di una tendenza strutturale del nostro tempo, in cui il termine ‘densità’ si impone come parola chiave di questo fenomeno endemico che si sta consumando sotto i nostri occhi. E tuttavia, la molteplicità delle formule con cui gli spazi si organizzano e vengono significati dalle esigenze viventi e dai rapporti sociali di chi li abita, ci costringono a pensare il rapporto fra la quantità e qualità di queste articolazioni in maniera non univoca. L’identità di una città contemporanea ha senso solo nell’ottica dell’enorme contenitore di multipli complessi, cioè dall’esser costituita da una molteplicità di relazioni possibili i cui elementi, giocando fra loro, non cessano di ricomporsi e di reinventarsi in maniera inedita. La questione qui posta non vuole essere una semplice riproposizione del classico problema del rapporto tra periferie e centro, ma quello della relazione tra sistema e ventre della città, essendo il sistema “il ventre divenuto spirito”. Le modalità con cui le periferie suburbane si aggregano in combinazioni informali complesse, per accumulo, concrezione, sfregamento, tensioni e opposizioni, ci manifestano una modalità di sviluppo ‘rizomatica’ per dirla con Deleuze, che non corrisponde più all’idea di una organizzazione funzionale della molteplicità governata dall’alto, e anzi ne rappresenta la più concreta e clamorosa alternativa. Ma uno spazio sociale che si significa semplicemente attraverso le pratiche quotidiane di vita, rappresenta forse uno spazio meno sensato per chi lo vive e lo abita? Oppure, come ci insegna gran parte del pensiero contemporaneo, l’eterogeneità e la mobilità, il disordine e il senza-forma sono piuttosto il luogo in cui al maggior rischio si accompagna anche la più imprevedibile concentrazione di possibilità? “Un’azione sperimentale è un’azione il cui esito non è prevedibile. Essendo imprevedibile questa azione è indipendente da ciò che l’ha provocata. Come la terra e l’aria, essa non ha bisogno di nessuno” (John Cage). Questo numero di Domus si interroga ancora una volta sugli spazi del pianeta terra, concentrandosi sull’enorme densità di presenza umana nelle periferie delle nostre megalopoli contemporanee, raccontate dal punto di vista della loro capacità di creare legami, intelligenza, economia: di essere infine, nel bene e nel male, il veritable laboratorio sperimentale della nostra società a venire.

Domus 903

Terra
 
 
 
I 510 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre vengono distrutti e ricreati nel giro di 500 milioni di anni. Sulla pelle del Pianeta, ricoperta al 71% di acqua, abitano 6 miliardi e 600milioni di esseri umani. Nel 2025 circa 3 miliardi e mezzo di persone rientreranno nella categoria di “water scarcity”: nel 2050, 3 miliardi di uomini vivranno in megalopoli senza infrastrutture urbane. Qualcuno ha stimato in 3 miliardi di pezzi la diffusione della comune “white plastic chair” nel mondo.
 
 Domus cercherà di raccontare i modi di abitare il pianeta Terra, interrogandosi sulla qualità di questo abitare e sulle sue necessità. Tutta la redazione con me, e molti altri con noi, dalle pagine di questo giornale si rivolgerà a te, lettore, per aiutarti ad affrontare il complesso sistema di relazioni tra architettura, design e arte, con uno strumento di conoscenza che frantumi i confini tra queste discipline. Rispettando le leggi della semplicità, ci interrogheremo sulla possibilità di rendere migliore il nostro vivere e di riflettere sui suoi modi. Documenteremo il reale, evidenziandone i dubbi, proponendo idee perché tu possa costruire il tuo personale pensiero sul mondo dell'uomo, sia nella prassi del progetto che nell'espressione di utopie. Gio Ponti nel ‘37 parlava di “casa italiana”. Ernesto Nathan Rogers nel 1946 chiedeva una casa per tutti gli italiani, “comoda e bella e vera”: molto tempo è passato da allora, radicalmente cambiate sono le condizioni. Siamo chiamati a uscire dall'involucro domestico per percorrere il mondo nella sua vastità (come altri hanno fatto precedendomi nella direzione della rivista), attivando tutti i meccanismi sensoriali che ci permettano di capirlo e raccontarlo: ritornando alla fine all'interno di spazi sapientemente costruiti, per poter testimoniare ancora una volta che “poeticamente abita l'uomo”. Non saremo capaci di raccontarti la verità, ma ci piacerebbe essere in grado di diffondere “oneste bugie”, per ragionare insieme e sentirci meno soli. Affronteremo con te, mese dopo mese, il mare tumultuoso della contemporaneità, augurandoci un sereno, perenne naufragare. Questo primo numero della nuova Domus tratta il tema della ‘diluizione’: dell’abitare in grandi spazi fino all’Artide e all’Antartide, estremi frantumi del mondo dove si stanno consumando le ultime tensioni economico-politiche e dove ci si confronta con nuove forme di antropizzazione. Gettiamo uno sguardo sugli interni, sulle contaminazioni che a essi arrivano dall’arte, scompaginandone i confini. Riflettiamo sulla scala universale del disegno del prodotto, delle sue discrasie e contraddizioni, sulla sua necessità di onestà e dignità. Per ultimo, ragioniamo sul mondo dell’arte contemporanea, con-fondendo autori e interpreti.

 
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