






Una testa sopra il tetto
Domenica 05 settembre, ore 16.00, Spazio Italcementi Vittorio Veneto
L’Architettura custodisce il peccato originale della chiusura verso il cielo, perché mettere un tetto sopra alla testa è stata l’esigenza primordiale dell’uomo. E ancora, il cielo e le nuvole sono stati i tabù che hanno portato al collasso la torre di Babele, mentre invece sono oggi il Nord nella bussola del Paesaggio costruito. Il loro processo di formazione e disfacimento può quindi rappresentare la mappa ondivaga dell’uomo contemporaneo e mai come ora l’Architettura può essere meteorologia.
con: Flavio Albanese presidente ASA Studio Albanese e Fondazione Teatro Comunale di Vicenza
http://www.comodamente.it/2010/wp-content/uploads/2010/07/100827_contenuti_cronologico.pdf



dove: Dolomiti
cosa: Osservazione del paesaggio
Premessa
Il 26 giugno 2009 le Dolomiti sono state inscritte nella Lista Unesco
del Patrimonio dell’Umanità “grazie alla loro bellezza, all’unicità
paesaggistica e all’importanza scientifica a livello geologico e
geomorfologico”.
Poiché compito dell’Unesco è promuovere la protezione e la conservazione
del patrimonio culturale e naturale planetario, le Dolomiti si
apprestano a diventare territorio tutelato, paesaggio sacro, spazio
“museale” da preservare contro le future manomissioni.
Qual’è il valore di questa preservazione? Cosa percepiamo davvero quando
guardiamo un paesaggio?
Alcuni dati sulle Dolomiti: 12 comprensori sciistici, 450 impianti di
risalita, 1200 km di piste, un numero imprecisato di baite, strutture
ricettive e di supporto.
Le vette dolomitiche sono tra i paesaggi più antropizzati e al tempo
stesso più esclusivi al mondo: il loro riconoscimento a patrimonio
dell’umanità ci spinge a riconsiderare radicalmente le categorie di
ambiente, paesaggio, spazio comune, architettura.
Montagna
Cosa rappresenta la montagna nell’immaginario della nostra civiltà?
Un luogo non banale, una stazione dello spirito.
Collocata come un punto esclamativo sull’orizzonte, la montagna
dischiude una terra di mezzo, uno spazio inquieto. Rispetto alla vita in
piano, la verticalità della montagna è discontinuità, frattura,
condizione-limite dell’abitare. L’idea di misurare il limite
dell’illimitato ci invita a pensare la montagna come quella dimensione
utopica e poetica in cui non valgono le leggi e i parametri della vita
quotidiana. In cui per esplorarla, si deve partire da zero, accettando
la difficoltà delle sue condizioni.
Per questo non si può dire della montagna che è bella, se non
sminuendola. Il bello infonde quiete e armonia, il bello è calma e
stasi. La montagna è sempre e solo dinamica vertigine, una vertigine
sublime.
Paesaggio
Il paesaggio, diceva Schelling, non ha realtà che agli occhi di chi lo
guarda. È natura antropizzata, natura che esibisce i segni e le tracce
dell’azione umana. Il paesaggio così definito non rimane immutabile, ma
si evolve insieme ai piani estetici e alle prospettive culturali.
Non c’è equivoco più ricorrente e più banale che quello di confondere il
paesaggio con l’ambiente: mentre quest’ultimo appartiene all’universo
fisico, il paesaggio si inscrive invece nelle produzioni culturali. E’
un prodotto collettivo, costruito da tutti e costruito da nessuno.
La montagna non si sottrae a questa logica: esplorata, conquistata,
assediata, mappata, scansionata, non c’è vetta collocata sulla crosta
terrestre esente da tracce di trasformazione antropica. Non c’è cima
immune dallo sguardo contemporaneo.
Metodo
“Ogni volta che stabiliamo una relazione, ogni volta che colleghiamo due
termini, ci dimentichiamo di ricominciare da zero, di tornare allo
zero” (J. Cage).
L’osservazione del paesaggio è una strategia di lettura dello spazio,
propedeutica ad ogni attività progettuale: si diventa buoni architetti,
se si è dei buoni osservatori.
Comprendere il paesaggio contemporaneo significa allora imparare ad
osservarlo, adottando il lessico di una lingua nuova, da costruire di
volta in volta: una sorta di meta-o ne-archeologica che definisca
criteri contemporanei di raccolta e classificazione dei reperti e degli
scenari.
Significa soprattutto abbandonare lo spazio neutro dello schermo del
computer, ma anche l’idea di “bel paesaggio” ereditato dalle pitture
inglesi dell’Ottocento, disinnescando i nostri pregiudizi, le nostre
menti di architetti, i nostri schemi interpretativi.
L’osservazione del paesaggio è una pratica complessa che si esercita sul
tempo e sullo spazio rinunciando all’idea di raggiungere qualcosa, per
limitarsi a diventare acuti spettatori che descrivono lo spettacolo di
fronte a loro.
Osservare il paesaggio delle Dolomiti diventa un esercizio della
percezione, in cui si chiederà ai partecipanti di mettere tra parentesi
gli apparati dell’hardware (teorie, tecniche, insegnamenti) per
affidarsi alla sensibilità del software (impressioni, percezioni,
emozioni, descrizioni, educazioni dello sguardo).
Rinnegando la struttura per il flusso, la forza per la fragilità, la sicurezza per l’avventura, la matematica per l’estetica, inviteremo gli studenti a riattivare l’attitudine nomade di chi vive in tenda, di chi è ramingo, di chi sa leggere e interpretare le tracce dei luoghi: l’etnologo, l’esploratore, il guerrigliero, l’eretico, l’asceta, l’imboscato.
Premessa
Il 26 giugno 2009 le Dolomiti sono state inscritte nella Lista Unesco
del Patrimonio dell’Umanità “grazie alla loro bellezza, all’unicità
paesaggistica e all’importanza scientifica a livello geologico e
geomorfologico”.
Poiché compito dell’Unesco è promuovere la protezione e la conservazione
del patrimonio culturale e naturale planetario, le Dolomiti si
apprestano a diventare territorio tutelato, paesaggio sacro, spazio
“museale” da preservare contro le future manomissioni.
Qual’è il valore di questa preservazione? Cosa percepiamo davvero quando
guardiamo un paesaggio?
Alcuni dati sulle Dolomiti: 12 comprensori sciistici, 450 impianti di
risalita, 1200 km di piste, un numero imprecisato di baite, strutture
ricettive e di supporto.
Le vette dolomitiche sono tra i paesaggi più antropizzati e al tempo
stesso più esclusivi al mondo: il loro riconoscimento a patrimonio
dell’umanità ci spinge a riconsiderare radicalmente le categorie di
ambiente, paesaggio, spazio comune, architettura.
Montagna
Cosa rappresenta la montagna nell’immaginario della nostra civiltà?
Un luogo non banale, una stazione dello spirito.
Collocata come un punto esclamativo sull’orizzonte, la montagna
dischiude una terra di mezzo, uno spazio inquieto. Rispetto alla vita in
piano, la verticalità della montagna è discontinuità, frattura,
condizione-limite dell’abitare. L’idea di misurare il limite
dell’illimitato ci invita a pensare la montagna come quella dimensione
utopica e poetica in cui non valgono le leggi e i parametri della vita
quotidiana. In cui per esplorarla, si deve partire da zero, accettando
la difficoltà delle sue condizioni.
Per questo non si può dire della montagna che è bella, se non
sminuendola. Il bello infonde quiete e armonia, il bello è calma e
stasi. La montagna è sempre e solo dinamica vertigine, una vertigine
sublime.
Paesaggio
Il paesaggio, diceva Schelling, non ha realtà che agli occhi di chi lo
guarda. È natura antropizzata, natura che esibisce i segni e le tracce
dell’azione umana. Il paesaggio così definito non rimane immutabile, ma
si evolve insieme ai piani estetici e alle prospettive culturali.
Non c’è equivoco più ricorrente e più banale che quello di confondere il
paesaggio con l’ambiente: mentre quest’ultimo appartiene all’universo
fisico, il paesaggio si inscrive invece nelle produzioni culturali. E’
un prodotto collettivo, costruito da tutti e costruito da nessuno.
La montagna non si sottrae a questa logica: esplorata, conquistata,
assediata, mappata, scansionata, non c’è vetta collocata sulla crosta
terrestre esente da tracce di trasformazione antropica. Non c’è cima
immune dallo sguardo contemporaneo.
Metodo
“Ogni volta che stabiliamo una relazione, ogni volta che colleghiamo due
termini, ci dimentichiamo di ricominciare da zero, di tornare allo
zero” (J. Cage).
L’osservazione del paesaggio è una strategia di lettura dello spazio,
propedeutica ad ogni attività progettuale: si diventa buoni architetti,
se si è dei buoni osservatori.
Comprendere il paesaggio contemporaneo significa allora imparare ad
osservarlo, adottando il lessico di una lingua nuova, da costruire di
volta in volta: una sorta di meta-o ne-archeologica che definisca
criteri contemporanei di raccolta e classificazione dei reperti e degli
scenari.
Significa soprattutto abbandonare lo spazio neutro dello schermo del
computer, ma anche l’idea di “bel paesaggio” ereditato dalle pitture
inglesi dell’Ottocento, disinnescando i nostri pregiudizi, le nostre
menti di architetti, i nostri schemi interpretativi.
L’osservazione del paesaggio è una pratica complessa che si esercita sul
tempo e sullo spazio rinunciando all’idea di raggiungere qualcosa, per
limitarsi a diventare acuti spettatori che descrivono lo spettacolo di
fronte a loro.
Osservare il paesaggio delle Dolomiti diventa un esercizio della
percezione, in cui si chiederà ai partecipanti di mettere tra parentesi
gli apparati dell’hardware (teorie, tecniche, insegnamenti) per
affidarsi alla sensibilità del software (impressioni, percezioni,
emozioni, descrizioni, educazioni dello sguardo).
Rinnegando la struttura per il flusso, la forza per la fragilità, la sicurezza per l’avventura, la matematica per l’estetica, inviteremo gli studenti a riattivare l’attitudine nomade di chi vive in tenda, di chi è ramingo, di chi sa leggere e interpretare le tracce dei luoghi: l’etnologo, l’esploratore, il guerrigliero, l’eretico, l’asceta, l’imboscato.
È Flavio Albanese il nuovo presidente della
Fondazione Teatro
comunale Città di Vicenza. L’annuncio è stato dato questo pomeriggio dal
sindaco di Vicenza, Achille Variati, in qualità di rappresentate
dell’ente proprietario del teatro, e da Gianni Zonin, presidente della
Banca popolare di Vicenza e presidente dell’assemblea dei soci della
Fondazione.Proprio questa mattina si è infatti riunita
l’assemblea – che ha peraltro riconfermato Zonin alla sua presidenza -
per la nomina dei componenti del consiglio di amministrazione della
Fondazione: l’assessore alla cultura Francesca Lazzari e il direttore
uscente del conservatorio “Pedrollo”, maestro Paolo Troncon, per il
Comune di Vicenza, il professor Marino Breganze e Annalisa Lombardo per
la Banca popolare di Vicenza, Paolo Batocchio e Danilo Preto per la
Fondazione Sisa e Walter Fortuna per l’Associazione Industriali di
Vicenza. A proporre all’assemblea il nome di Flavio Albanese alla
presidenza del Cda è stato lo stesso sindaco Variati: “Dopo la fase
della costruzione e del primo consolidamento dell’attività teatrale – ha
dichiarato -, serve ora una fase di sviluppo ulteriore. Allo scopo
ritengo utile una figura che non sia né istituzionale né politica, ma
una figura capace di lanciare il teatro verso sfide che lo rendano
innanzitutto più cuore pulsante della città. Il teatro dovrà quindi
allargare il suo pubblico a quella parte di Vicenza che ancora non lo ha
scoperto, dovrà entrare in rapporto con gli altri quattro teatri e
realtà culturali della città e dovrà cercare ulteriori soci e sponsor
per consolidare il suo ruolo a livello nazionale ed estero. Flavio
Albanese è uno dei soggetti della cultura vicentina più attivi,
riconosciuti e accreditati a livello internazionale, grazie alle sue
competenze, conoscenze e sensibilità nell’arte, nell’architettura e
nella cultura. Nel suo vastissimo curriculum di grandi esperienze
professionali e artistiche, basti citare il recentissimo triennio di
direzione della rivista “Domus”, che ne ha consacrato il nome a livello
internazionale. E per la prima volta la città chiede a questo suo figlio
illustre di accettare la sfida di un ruolo istituzionale di grande
importanza”. “Mi è stato chiesto di fare un ragionamento sul
teatro quale punto di passaggio tra un insieme di organismi culturali
che la città ha e che vanno ricollegati tra loro per fare sistema – ha
dichiarato a sua volta il neo-presidente Flavio Albanese -. La città è
come una sorta di sistema arterioso, in cui è la società ad originare il
sangue, il quale arriva al cuore – il teatro – e da qui deve tornare
alla città riossigenato. Le suggestioni, che arrivano da chi vive la
città e non da chi le impone o se le inventa, vanno sentite, accolte,
metabolizzate e riconsegnate ai cittadini. Il teatro è il vero luogo di
incontro e di riflessione sociale della città, è il luogo per eccellenza
in cui la città si mette in gioco. Ringrazio i soci della Fondazione
per aver avuto il coraggio di una scelta atipica, e spero di onorare la
loro fiducia”.Il presidente dell’assemblea dei soci, Gianni
Zonin, ha infine annunciato che l’assemblea ha accettato con molto
piacere la proposta dello stesso sindaco Variati di dare ad Enrico
Hullweck, a nome di tutta la città, un pubblico riconoscimento.
“Hullweck ha una medaglia che nessuno gli potrà mai togliere – ha
infatti spiegato Variati -: quella di essere stato il sindaco che ha
voluto tenacemente il teatro, che lo ha fatto costruire, lo ha
inaugurato e avviato. Di questo gli va dato pieno merito”.
www.comune.vicenza.it/albo/notizie.php/61229



Aspetti letterari, storici, filosofici, architettonici, botanici e ambientali
VIE DI FUGA